  - Forever Blue
Pecorari Pecorari


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2026





Pecorari

  - Forever Blue





Capitolo





Il diario di John


Per sempre blu

Un racconto breve

Misio



Questa ? un'opera di finzione. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell'immaginazione dell'autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, o con eventi reali ? puramente casuale.




Blu Virgin


(testo originale)

Sulla sabbia bianca dove un tempo il tempo si fermava

una voce dolce cantava, un profumo lontano illumina il ricordo

tenevi il mondo intero in una mano

Blu Virgin, dimmi dove sei

Blu Virgin, alla luce dei tuoi occhi

Un segreto, l'ho scritto e non l'ho mai rivelato

un ragazzo ? cresciuto e non ha mai dimenticato

Colline di terra, un fiume, una casa

un nome sospeso come cenere lasciata indietro

coste fragili, una nave, sola

una parola che vola

Blu Virgin, quante luci hai dato?

una canzone e due vite, legate nel silenzio

Blu Virgin, resta tra cielo e stelle

Il conteggio non torner? finch non saprai chi sei

Dietro un cancello verde, un giorno di settembre

Qualcuno mi ha detto: "Non ? stata colpa tua".

ma un fratello nel vento cercava il proprio sangue

e io cantavo, senza sapere per chi

Blu Virgin, resta per sempre

tra cielo e stelle, tra ieri e domani

Blu Virgin, un giorno lo sapranno

ci? che il mio cuore aveva portato fin dall'inizio

ritornello finale

Blu, per sempre, tra il cielo e le stelle tu resti.




Blu Virgin


(tradotto in russo)

Sulla sabbia bianca dove il tempo si ? fermato,

una voce sommessa cantava, un profumo lontano riaccende la memoria,

tenevi il mondo intero in una mano

Blu Virgin, dimmi dove sei

Blu Virgin, alla luce dei tuoi occhi

segreto, l'ho scritto e non l'ho mai detto

il ragazzo crebbe e non dimentic? mai

Colline di terra, fiume, casa

un nome sospeso come cenere abbandonata,

coste fragili, una nave solitaria,

una parola che vola

Blu Virgin, quanta luce hai dato

una canzone e due vite unite dal silenzio

Blu Virgin, resta tra il cielo e le stelle

Il punteggio non torner? finch non saprai chi sei

Dietro i cancelli verdi, un giorno di settembre

Qualcuno mi ha detto: "Non ? stata colpa tua".

ma il fratello nel vento cercava il proprio sangue

e io cantavo, senza sapere per chi

Blu Virgin, resta per sempre

tra il cielo e le stelle, tra ieri e domani

Blu Virgin, un giorno lo sapranno

ci? che il mio cuore ha custodito per tutto questo tempo

ritornello finale

Blu, per sempre, tra il cielo e le stelle tu resti.




Contenuto


PROLOGO

I: Compito

II: Il ritorno che non poteva pi? attendere

III: Metamorfosi

IV: Scomparsa

V: Vinci

VI: Ultimi desideri

VII: Una canzone che nessuno ha mai sentito

VIII: Data attuale

IX: Epitaffio

X: Prime pagine

CAPITOLI

1: Infanzia

2: Vinci

3: Muro intorno

4: Riconoscimento

5: Primo amore

6: Il fratello che non sapevo esistesse

7: Sei corde e due amici

8: Firenze

9: Fotografia

10: Specchio e spiaggia

11: Messaggio solo per me

12: Tu non sei mia madre

13: Incontro segreto

14: Fuga

15: Guerra segreta

16: Fratello ritrovato

17: Il consiglio del fratello

18: Blu per sempre

19: Patto con Dio

20: Seattle

21: Spirito rinnovato

22: Monique e Grace

23: Mese del silenzio

24: Conoscenza del corpo

25: Giacomo

26: Anni d'oro

27: Leo e Puccio, anni dopo

28: La telefonata di Nora

29: Pierrot

30: Eredit?

31: Los Angeles

32: Fratelli per sempre

33: Il ritorno di Blue

34: Diario e indovinello

35: Epilogo: Ci? che il mondo credeva di sapere




PROLOGO







I: Compito


Nota di Francesco: Prima di consegnare il diario di Giovanni, ho ritenuto opportuno raccontare con parole mie come queste pagine sono giunte nelle mie mani.

Sono rimasto con Giovanni fino ai suoi ultimi giorni, a Woods.

La stanza era pervasa da quell'odore particolare di casa che qualcuno si prepara ad abbandonare per sempre, un misto di disinfettante e fiori gi? troppo sfioriti, portati da uno sconosciuto e mai gettati via. Fuori, i grattacieli della citt? si illuminavano uno dopo l'altro contro un cielo che non si oscurava mai veramente, e mi abituai a trascorrere le mie serate l?, seduta sulla dura sedia accanto al letto, senza sapere bene cosa dire nelle pause sempre pi? lunghe.

Erano passati anni da quando avevamo vissuto in quella quieta unione che si crea solo tra persone che non hanno pi? nulla da dimostrare l'una all'altra. Giovanni aveva da tempo reciso ogni vero legame con la sua famiglia a Firenze, non con una rottura improvvisa, ma con un lento e definitivo raffreddamento di un rapporto che non era mai stato caloroso. Non si era mai sposato. Non aveva figli suoi.

Eppure, non fu mai un uomo dal cuore chiuso. Al contrario: questo cuore, che il sangue e la forza della famiglia non riuscirono mai a scaldare completamente, trov? un luogo dove riversarsi. Ad amici e giovani collaboratori che incrociarono la sua vita nel corso degli anni, a coloro che egli stesso scelse di riconoscere come puri d'animo, capaci di una rara, quasi preziosa, empatia, Giovanni diede sempre tutto ci? che la sua famiglia avrebbe dovuto dare a lui, ma non gli diede mai. Li tratt? come figli. Come compagni di un cammino che, a suo parere, valeva la pena percorrere insieme fino alla fine.

Ero l'ultimo, e forse il pi? vicino, membro della sua band, un tastierista eclettico con un background musicale che lui stesso descriveva sempre come eccezionale, che si era presentato all'audizione quasi per scherzo dieci anni prima e non se n'era pi? andato.

Fu nella sua stanza a Woods, in quei giorni in cui le sue forze cominciavano a vacillare, che mi affid? un compito. Una sera, mentre la luce della citt? filtrava attraverso le tende socchiuse, mi fece cenno di avvicinarmi, un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma che riconobbi immediatamente come importante. Non me lo chiese per favore. Me lo lasci? in eredit?, con la stessa cura con cui, nel corso degli anni, mi aveva affidato aspetti sempre pi? importanti della sua vita pratica.

C'? un diario, mi disse con voce roca ma ferma. Voglio che tu lo pubblichi.

Rimasi immobile per un attimo, poi mi sedetti sul bordo del letto, pi? vicino di quanto mi fossi mai permessa di essere.

In queste pagine, scritte e riscritte nel corso degli anni, Giovanni ha registrato ogni dettaglio della sua esistenza, non solo i fatti, ma anche il peso che ognuno di essi portava con s. Le sue vere origini. I nomi illustri legati alla sua nascita e i segreti del potere di Firenze che questi nomi racchiudevano, indissolubilmente legati. Gli episodi tragici e drammatici che hanno scandito tutta la sua giovinezza, molto prima che io potessi immaginarli.

Si trattava di un diario che, se pubblicato durante la vita di Giovanni, avrebbe compromesso la sicurezza e la dignit? di individui e famiglie ancora influenti in citt?. Per questo motivo gli eventi rimasero nascosti per anni, custoditi con lo stesso zelo riservato ai segreti economici e politici di un'intera nazione: non per vergogna personale, ma perch toccavano fili che si estendevano ben oltre le singole vite di coloro che li avevano vissuti.

Finch vivr?, non potr?, mi disse, la sua voce ormai un respiro appena percettibile. Si ferm? per riprendere fiato, chiuse gli occhi per un istante, poi li riapr? e cerc? i miei. Ma quando non ci sar? pi?, il silenzio non avr? pi? nessuno da proteggere tra queste pagine. Solo la verit?, che finalmente merita di essere raccontata.

L'ho promesso. Gli ho stretto la mano, sentendo quanto fosse diventata leggera, quasi senza peso, ed ? con quella promessa, pi? che con qualsiasi eredit? materiale, che tutto ci? che sarebbe seguito ha avuto inizio.

Qualche giorno dopo, in uno di quei rari momenti in cui sembrava avere pi? fiato del solito, Giovanni torn? sull'argomento, ma questa volta da un'angolazione diversa.

C'? una cosa che vorrei fare prima che tutto questo finisca, mi disse, fissando il soffitto. Voglio tornare in Italia. A Firenze. Un'ultima volta, prima di morire. Ma senza che nessuno mi riconosca.

Rimasi in silenzio, incerta su come rispondere. Non era la prima volta che ne parlava; nel corso degli anni, qualche accenno riaffiorava sempre, soprattutto nelle serate pi? tristi, ma non l'avevo mai sentito esprimerlo con tanta determinazione, come se fosse una decisione gi? presa, piuttosto che una malinconia passeggera.

Me ne occuper? io, dissi, senza ancora sapere cosa avrebbe significato realmente quella promessa.

Nei giorni successivi ci riflettei a lungo, analizzando la questione da ogni possibile angolazione. Un uomo della sua fama non poteva semplicemente comprare un biglietto e imbarcarsi su un volo di linea; giornalisti, fan, parenti lontani che non vedeva da decenni  si sarebbero precipitati non appena la notizia si fosse diffusa. L'unico modo per un suo vero ritorno, in pace e senza clamore, era far credere al mondo che non esistesse pi? un John da fotografare.




II: Il ritorno che non poteva pi? attendere


"John", come lo chiamo fin da quando ero bambino, "sono abbastanza sicuro che tu abbia gi? un piano per tornare senza che nessuno a Firenze ti riconosca."

Fuori, un elicottero sorvolava a bassa quota i tetti della citt?, e Giovanni lo segu? con lo sguardo per un istante prima di rispondere, come se avesse bisogno di quel suono lontano per trovare le parole giuste.

Certo, rispose, un accenno di sorriso che gli incresp? il volto per la prima volta dopo giorni. Inseriremo la mia morte, qui a Woods. Lo comunicheremo alla stampa, e sar? talmente simile alla verit? che nessuno avr? dubbi.

Si ferm? per schiarirsi la gola, un forte attacco gli scosse tutto il petto, e io mi alzai per porgergli un bicchiere d'acqua dal comodino. Giovanni ne bevve un sorso, poi continu?, con la voce un po' pi? chiara.

"Tu, che ora chiamo unico erede dei miei diritti, nel frattempo venderai i miei diritti d'autore alla Real, i brani inediti, tutto ci? che ho conservato in questi anni. Con il ricavato, comprerai una casa a Firenze. Tranquilla. Lontana da occhi indiscreti. La prossima settimana, prendi un aereo e fai tutto il necessario. Poi decideremo insieme come pubblicare il diario."

Fece una pausa, come se avesse bisogno di raccogliere tutte le forze per continuare a parlare.

"Voglio tornare dove tutto ? iniziato. Ma non voglio essere riconosciuto. Voglio essere libero di vivere questo momento, un'ultima volta, almeno per qualche mese. Sono gi? un personaggio pubblico su questo pianeta. Non voglio giornalisti intorno, non voglio parenti lontani che interferiscano con la mia presenza. Penso che creerebbe solo imbarazzo, sia per me che per loro. Ma questa mia decisione ? dedicata, prima di tutto, a lei, a mia madre, Blue."

Ascoltai in silenzio, rendendomi conto solo gradualmente di dove quel discorso volesse condurre.

Ho lasciato Firenze quarantatr anni fa, quando avevo solo ventisei anni, continu? Giovanni, per via di un'offerta di lavoro in America, a Seattle. Un'offerta in parte orchestrata dalla stessa famiglia Medici. All'epoca, in citt? si parlava troppo delle mie origini, di quanto fossi legato a loro, e la famiglia era gi? bersaglio di vendette a causa della fondazione segreta che gestiva.

Chiuse gli occhi per un istante, come per mettere ordine in ricordi che non aveva raccontato a nessuno per decenni.

"Questo fondo cre? una concorrenza spietata. Accumularono ricchezze pressoch illimitate. Nel giro di pochi anni, i Medici aprirono i propri istituti di credito, erogando prestiti a tassi che nessun'altra banca del paese poteva permettersi. Fu una vera e propria guerra, seppur segreta, tra banche e cartelli finanziari. Il risultato furono attentati, morti e ricatti. Persone sparirono dai consigli di amministrazione senza che nessuno ne parlasse mai pi?."

E tu, dissi a bassa voce, ti sei ritrovato nel mezzo di tutto questo senza comprenderlo appieno.

Ero il figlio scomodo di un uomo che tutti volevano picchiare, rispose Giovanni. Mandarmi via era un modo per proteggermi e per risparmiare loro l'imbarazzo. Funzion?. Ma il prezzo da pagare fu che non tornai veramente per quarantatr anni.

Ho annuito, non fidandomi ancora abbastanza della mia voce per rispondere.

Sono partito dopo pochi giorni.




III: Metamorfosi


Mentre io ero in Italia alla ricerca di una casa adatta  muri spessi, un giardino recintato, vicini non troppo ficcanaso  Giovanni rimase a Woods, sottoponendosi alle ultime cure disponibili presso l'ospedale di Woods. Nel frattempo, la sua malattia continuava imperterrita. L'insufficienza respiratoria che lo affliggeva da mesi era ora aggravata dall'ischemia, che gli causava zoppia, e la sua mano sinistra, proprio quella che aveva usato per tutta la vita per accordare la sua Fender prima di ogni concerto, era ormai praticamente inutilizzabile.

Ma in mezzo a tutto questo, ci furono alcuni giorni di prosperit? inaspettata. E fu proprio in uno di questi giorni che Giovanni decise di completare la sua metamorfosi.

Ha chiesto al mio amico cantante, Seili, di accompagnarlo in un salone di bellezza dove non era mai stato prima. Ha chiesto un taglio corto, che per vent'anni era stato parte integrante della sua immagine pubblica quanto la sua voce, e di radersi la lunga barba, sempre curata nei minimi dettagli, che i fan riconoscevano tanto quanto le sue canzoni. L?, ha anche deciso di lasciarsi alle spalle tutto il resto: gli abiti eleganti, le camicie impeccabili, gli abiti in cashmere e lino che aveva indossato negli ultimi anni come una seconda pelle da personaggio pubblico.

Torn? a casa e tir? fuori tutto quello che aveva messo via decenni prima. Magliette di cotone consumate con immagini e slogan rock, ormai quasi illeggibili dopo troppi lavaggi. Camicie colorate comprate chiss? dove, chiss? quando. Un paio di jeans che sembravano usciti direttamente da una fotografia di quarantatr anni prima.

Al mio ritorno da Firenze, felice di rivederlo, la casa ritrovata, i documenti firmati, i diritti gi? trasferiti, tutto in ordine, entrai in casa e rimasi un attimo sulla soglia, incapace di riconoscere l'uomo seduto in salotto.

Erano passati anni dall'ultima volta che l'avevo visto vestito cos?. Senza la barba, senza i capelli lunghi che erano diventati quasi un secondo volto pubblico, Giovanni sembrava un uomo diverso, pi? giovane, stranamente e quasi dolorosamente, e allo stesso tempo pi? vecchio, pi? fragile, come se, dopo aver spogliato l'intera immagine, solo ci? che ne rimaneva fosse finalmente rivelato.

John, dissi dopo un lungo silenzio. Sei tu?

Giovanni sorrise, con la stessa ombra di prima. "Da oggi", disse, "s?, di nuovo."




IV: Scomparsa


La preparazione ha richiesto pi? tempo del previsto.

Non c'era bisogno di documenti falsi, n di un medico che convincesse, n di un certificato che reggesse a un esame approfondito. Il piano era pi? semplice e, proprio per questo, pi? difficile da realizzare senza lasciare traccia: sparire senza clamore, senza prove, senza nulla che un giorno qualcuno potesse definire un crimine.

Ho passato giorni al telefono, chiuso in una stanza d'albergo con le tende tirate, a parlare con persone che non avevo mai incontrato di persona e di cui non avrei pi? sentito parlare dopo quella settimana. Ho noleggiato un jet privato tramite una compagnia registrata a un nome che non aveva nulla a che fare con nessuno di noi. Il piano di volo dichiarato non era reale: uno scalo ufficiale, poi un cambio di rotta concordato con un pilota abituato a non fare domande, verso un piccolo aeroporto italiano dove nessun controllo doganale avrebbe mai incrociato il nome di Giovanni Nardi, conosciuto in America come John, con quello di un normale turista in arrivo su un jet privato.

L'identit? di John Cocci non nacque da un passaporto falso. Nacque, semplicemente, da un'identit? preesistente, acquistata discretamente da un'agenzia che faceva proprio questo per chi se lo poteva permettere: una persona reale disposta a rinunciare al proprio nome e ai propri documenti in cambio di una somma che gli avrebbe cambiato la vita altrove, senza che i due si incontrassero mai di persona. Firmai i documenti da solo, in un ufficio che sembrava una qualsiasi societ? di consulenza, chiedendomi continuamente se stessi facendo la cosa giusta.

Dopodich, ? bastato semplicemente non tornarci pi?.

Nessun annuncio ufficiale di morte. Solo silenzio, che si protraeva di giorno in giorno, un impegno annullato, poi un altro, un manager che non riusciva pi? a contattarlo, una casa a Woods trovata vuota da qualcuno venuto per un controllo di routine. I giornali, in mancanza di certezze, fecero quello che fanno sempre in questi casi: formularono ipotesi. Scomparvero. Forse un ritiro volontario. Forse qualcosa di pi? oscuro, mai confermato. Il lutto dei fan si organizz? online, prima ancora che qualcuno osasse scrivere la parola "morto" in prima pagina, ma nessuno avrebbe mai potuto scriverla con certezza perch non c'erano prove a sostegno.

Giovanni, intanto, aspettava.

Rimase rinchiuso in una delle mie case, non pi? in ospedale, non pi? sotto cure ufficiali, ma in una casa ordinaria e anonima in una zona remota dove nessuno avrebbe mai cercato un uomo noto solo per essere scomparso. Mi raccont? in seguito che passava le giornate al tavolo della cucina, guardando di tanto in tanto il telegiornale, riflettendo sul suo destino con un distacco che sorprese persino lui: non era dolore, disse, quello che provava nel vedere la propria vita raccontata come un mistero irrisolto. Era, semmai, una sorta di sollievo anticipato, un assaggio di una libert? la cui realt? non aveva ancora imparato a credere pienamente. Rideva, mi disse, da solo, ascoltando le teorie pi? assurde che qualche esperto proponeva in diretta televisiva.

Andavo e venivo, sempre pi? teso, con qualche nuovo dettaglio da risolvere prima che tutto potesse considerarsi veramente pronto. Non parlavamo molto in quei giorni. Non ce n'era bisogno: sapevamo entrambi che ogni ora di silenzio ci avvicinava all'aeroporto, a un volo che nessun documento ufficiale avrebbe mai potuto raccontare per intero, a una terra che per uno di noi significava tornare a casa dopo quarantatr anni, e per l'altro rappresentava solo il primo, vero passo di una devozione che ancora oggi mi stupisce profondamente.

Una mattina, sono entrata in cucina con il sorriso di chi finalmente pu? dirlo. Ho appoggiato le chiavi sul tavolo con un leggero tintinnio, quasi a suggellare la notizia.

"? tutto pronto", dissi. "Partiamo per l'Italia. D'ora in poi, nessuno sapr? dove cercarci."




V: Vinci


Arrivato a Pisa, Giovanni scese dall'aereo accompagnato da me e da un'assistente di volo, che lo sorresse con la cortesia riservata ai passeggeri pi? fragili. Zoppicava, appoggiandosi a un elegante bastone che teneva con un certo orgoglio, quasi fosse un accessorio scelto con cura piuttosto che una necessit?. Indossava occhiali da sole scuri e un berretto piatto di colore chiaro, dallo stile vagamente irlandese, che gli nascondeva i pochi capelli appena tagliati.

Mentre attraversavamo il terminal, il suo sguardo non si staccava mai dal paesaggio al di l? del vetro: le colline all'orizzonte, incorniciate tra un edificio e l'altro, la luce diversa da quella di Woods, pi? calda, pi? antica. Si ferm? un attimo davanti a un'edicola, senza comprare nulla, solo per sentire due persone parlare con un forte accento fiorentino  un suono che non sentiva dal vivo da quarantatr anni, mi disse, e che lo fece chiudere gli occhi per un istante, come si fa di fronte a una musica che si credeva dimenticata.

Ho noleggiato un'auto elettrica. Appena saliti a bordo, ho chiesto: "John, dove stai andando? Dritto a casa?"

La casa si trovava vicino al centro storico di Firenze, non lontano da Santa Croce, una delle basiliche pi? belle. Ma Giovanni scosse la testa, con lo sguardo gi? fisso sulla finestra.

Imposta il GPS, disse. Andiamo a Vinci. ? l? che ho trascorso i primi anni della mia infanzia, con mia madre, Blue, la donna che mi ha cresciuto.

Il viaggio ci ha portato lontano dal traffico cittadino, attraverso colline che si aprivano una dopo l'altra, come le pagine di un libro che Giovanni conosceva a memoria, anche se non lo sfogliava da decenni. A un certo punto, mi ha chiesto di abbassare il finestrino, nonostante l'aria condizionata, solo per sentire il profumo della terra appena arata che proveniva dai campi.

Quando arrivammo, la riconobbe quasi prima ancora di vederla: le colline, il fiume che scorreva placido tra i campi e, infine, la casa dove aveva vissuto fino a dieci anni, ancora in piedi, forse modificata in qualche dettaglio, ma essenzialmente identica a quella che ricordava. Accostai l'auto a lato della strada senza che nessuno dei due lo chiedesse.

I primi ricordi indimenticabili gli tornarono alla mente tutti in una volta, non uno dopo l'altro, come mi raccont? in seguito, come era successo la prima sera dopo aver rivisto Blue al minimarket, ma in un'unica ondata che gli illumin? gli occhi di una gioia che non vedevo da mesi. Scese dall'auto senza il mio aiuto, il bastone che affondava leggermente nella terra soffice del marciapiede, e rimase l? immobile per quello che gli sembr? un tempo lunghissimo.

Rimanemmo l? fino al tramonto, perlopi? in silenzio. Giovanni sedeva su una bassa roccia, guardando la casa, senza mai avvicinarsi oltre un certo punto, come se un ricordo fosse pi? prezioso se conservato a distanza. A un certo punto, una donna usc? dalla casa, ignara di essere osservata, e Giovanni la segu? con lo sguardo, come si fa con qualcosa di sacro.

Alla fine della giornata, dopo cena in un piccolo ristorante del paese, Giovanni si guard? intorno con uno sguardo strano, sospeso tra ironia e qualcosa di pi? profondo che non spieg?, come se ogni cartello, ogni strada gli restituisse un altro pezzo di s, e mi disse: "Portami in una nuova casa".

Arrivammo al crepuscolo in quella soleggiata giornata di aprile, troppo tardi per ammirare il centro storico in tutto il suo splendore. La citt? si rivelava a frammenti: un campanile illuminato qui, una cupola che si stagliava scura contro il cielo ancora leggermente arancione pi? in lontananza.

La casa che avevo scelto era un'antica dimora nobiliare, celata dietro un'imponente porta di legno che dall'esterno non lasciava trasparire nulla del suo contenuto. Oltre la soglia, ci attendeva un piccolo giardino, circondato da una bassa siepe ben curata. Al centro, una vasca quadrata di marmo verde raccoglieva l'acqua in un silenzio quasi assoluto, interrotto solo dal sottile rivolo che sgorgava dalle bocche di quattro rane di pietra scolpite, una per lato, ciascuna rivolta verso un angolo diverso del giardino, quasi a fargli da guardiane. Ai lati dell'ingresso, due grandi vasi di terracotta fiorentina sorreggevano due limoni, le cui foglie luccicanti catturavano gli ultimi raggi di sole. Rimanemmo in silenzio, ad ascoltare quel filo d'acqua, l'unico suono in quello spazio raccolto, prima di entrare.

All'interno, i soffitti erano alti, attraversati da travi di legno scuro che raccontavano secoli di storia meglio di qualsiasi documento. I pavimenti in cotto fiorentino, consumati dal tempo in un modo che nessun restauro moderno potrebbe replicare, conducevano al soggiorno principale, arredato con pochi pezzi scelti con cura: un divano in lino chiaro, una libreria che occupava un'intera parete e una grande finestra ad arco che, entrambi immaginavamo, avrebbe inondato la stanza di luce durante il giorno.

Niente di ostentato. Nessun lusso appariscente. Era semplicemente il tipo di casa in cui chi aveva vissuto tutta la vita sotto i riflettori poteva finalmente respirare senza sentirsi osservato: tranquilla, appartata, apparentemente costruita appositamente per accogliere chi cercava la pace, non lo sfarzo.

Giovanni si ferm? in mezzo al soggiorno, appoggiandosi al bastone, e per la prima volta da quando eravamo atterrati, non disse nulla. Si limit? a guardarsi intorno, lentamente, come qualcuno che sta gi? memorizzando ogni dettaglio di un luogo che sa di avere solo poco tempo per vivere appieno. Pass? la mano lungo lo schienale del divano di lino, poi si lasci? sprofondare lentamente nell'angolo, come se avesse aspettato quella poltrona per quarantatr anni senza nemmeno rendersene conto.




VI: Ultimi desideri


La mattina seguente, Giovanni desiderava fare una passeggiata per la citt?. Occhiali da sole, un cappello e una camicia a fiori vagamente ispirata alle Hawaii, in netto contrasto con la sobria eleganza del centro storico, come se, ora libero da qualsiasi ruolo pubblico, avesse deciso di vestirsi solo per se stesso.

Ci muovevamo lentamente, il suo bastone che batteva un ritmo irregolare sui ciottoli. Prima Piazza della Signoria, dove si ferm? a lungo davanti a una copia del David, a capo chino, come se stesse ascoltando qualcosa che nessun altro intorno a lui poteva sentire. Poi il Duomo, la cupola che per un attimo gli tolse il fiato, non tanto per la sua maestosit? quanto per l'improvviso ricordo di averla vista da bambino su un'icona consunta appesa in cucina, mi raccont?. Fu l? che si rese conto di quanto tutto fosse cambiato in quarantatr anni: un fiume di turisti che non ricordava, negozi e ristoranti sempre pieni di vita, un'energia che la citt? non aveva quando se n'era andato. Tra le facciate, riconobbe i palazzi delle grandi famiglie di banchieri che aveva visitato in giovent?, invitato alle feste organizzate dai figli di quelle stesse famiglie  feste il cui peso, il cui potere, che aleggiava dietro ogni sorriso cortese, allora non aveva compreso appieno.

Ma ci? che lo colp? di pi? fu la piazza antistante Santa Croce.

Un luogo che per lui rimaneva magico, legato ai ricordi delle funzioni religiose dedicate a San Francesco d'Assisi, quando da bambino veniva condotto l? per mano. Rimase a lungo in piedi davanti alla facciata, in silenzio, la mano appoggiata su una colonna di marmo consumata da secoli di mani come la sua, e io aspettavo un passo indietro, sapendo che quel silenzio non doveva essere interrotto.

Una volta entrati nella basilica, Giovanni volle fermarsi davanti alla tomba di Michelangelo. "Mi fermavo qui da molto tempo, fin da quando ero giovane", disse. "Avevo sempre la sensazione di andare a trovare un caro amico, e ripetevo in silenzio le stesse parole: 'Ciao, Michele, fratello industrioso', e mi baciavo la punta delle dita". In questo racconto, trovai conferma della natura intima e poetica di Giovanni. Gli presi il braccio e ci incamminammo insieme verso l'uscita.

Tornammo a casa, cenammo in un silenzio quasi totale, rotto solo dal rumore delle posate e da qualche commento distratto sul cibo, e solo allora, seduti nell'alto soggiorno, Giovanni disse: "Adesso vi racconter? cosa succeder? dopo che avr? lasciato questa terra".

Ho posato la tazza che tenevo in mano, il caff? si era gi? raffreddato ed ? rimasto dimenticato per un attimo.

"Dovrete seppellire il mio corpo in un luogo a me sacro, e farlo nel pi? completo silenzio. Non importa se il mio nome comparir? o meno sulla lapide. Ma su di essa saranno scritte le parole della mia canzone, dedicata al momento pi? felice della mia vita, quando mia madre Blue mi ha cresciuto con amore e giochi."

Rimasi sbalordito, senza parole, per un lungo istante. Poi un sorriso mi spunt? sulle labbra, incerto, come quello di chi non sa ancora se ? il momento giusto per sorridere. "John, tu sei davvero rock 'n' roll", dissi. "Un rock tranquillo, poetico, silenzioso, ma uno dei pi? profondi che io conosca."

Giovanni non sorrise. Continu? con la voce ferma di un uomo che aveva passato mesi a sistemare ogni dettaglio, lo sguardo fisso su un punto oltre la mia spalla, come se avesse gi? visto la scena che stava per descrivere.

"Quando verr? il momento, ingaggiate un'impresa di pompe funebri qui a Firenze e fate esattamente come vi dico. Sulla mia lapide, fate incidere il mio nome straniero, John Cocci, e solo le parole della mia canzone inedita: saranno queste le parole che daranno forma al mistero. Sul coperchio della bara, ponete la mia amata Fender e una piccola scatola sigillata di betulla della Carelia: dentro, il mio diario."

Mi bloccai, il sorriso di prima svan?, sostituito da qualcosa di simile a una silenziosa confusione, come se solo in quel momento avessi davvero compreso il peso di ci? che stavano per chiedermi. Fuori, in strada, un motorino romb?, un suono banale che improvvisamente sembr? fuori luogo nella stanza.




VII: Una canzone che nessuno ha mai sentito


Dal momento del suo arrivo in aprile, ci furono giornate tranquille, brevi passeggiate in giardino, ore trascorse seduto alla finestra ad ascoltare il gorgoglio dell'acqua che sgorgava dalla bocca delle rane di pietra, e qualche giorno in cui riusc? persino a suonare qualche accordo al pianoforte con la mano destra. Giovanni mor? il 14 agosto dell'anno seguente, a Firenze, all'et? di 70 anni. Si spense di notte, e solo negli ultimi tre giorni le sue condizioni peggiorarono davvero; il respiro si fece pi? lento, meno frequente, come un metronomo che qualcuno stava rallentando battito dopo battito. Il medico gli rimase accanto fino alla fine, seduto su una sedia portata appositamente dalla cucina. Io non lo lasciai mai solo, tenendogli stretta la mano, anche quando non la sentiva pi?.

Mentre esalavo l'ultimo respiro, rimasi immobile per un tempo che non riuscii mai a misurare. Poi mi alzai, quasi meccanicamente, mi diressi verso il pianoforte nel salotto principale e iniziai a suonare, piangendo. Le mie dita tremavano sui tasti. Cantai, con le lacrime agli occhi, la sua canzone inedita "Forever Blue", da sola, in una stanza vuota, per qualcuno che non poteva pi? sentirmi. Fuori, la fontana continuava a scorrere silenziosamente nel silenzio della sera, indifferente a tutto.

? trascorso un anno dal funerale prima che decidessi di fare il primo passo.

Sapevo che affrettare la pubblicazione sarebbe stato il primo possibile errore. Una canzone inedita, pubblicata troppo presto, subito dopo la scomparsa di Giovanni da Woods, avrebbe suscitato sospetti che nessuna assenza, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto durare a lungo. Ho aspettato che il nome di John si radicasse nella memoria collettiva come fanno i miti: non pi? un uomo, ma una leggenda chiusa, di cui si parla al passato, senza pi? sorprese da aspettarsi.

Poi, con la stessa cura con cui Giovanni aveva pianificato ogni dettaglio della propria scomparsa, ho messo in moto il resto.

Annunciai il ritrovamento di una registrazione dimenticata, una vecchia sessione privata, mai pubblicata, registrata "poco prima della sua scomparsa". Non era del tutto una bugia: la canzone esisteva davvero, scritta da Giovanni proprio per questo scopo, durante gli ultimi mesi di lucidit? trascorsi a Woods prima del suo viaggio a Firenze. Il titolo che scelsi per l'annuncio era volutamente anonimo, quasi casuale, senza alcun indizio che facesse presagire l'evento.

Due settimane si sono rivelate sufficienti.

I testi di John sono sempre stati oggetto di analisi ossessiva da parte dei suoi fan pi? devoti, intere comunit? dedite a decifrare ogni verso, ogni possibile riferimento nascosto, proprio come Giovanni aveva previsto, dopo anni di studio su come il pubblico percepiva la sua musica. Questa nuova canzone conteneva dettagli mai presenti nei testi precedenti: una piazza, un nome, una data, colline con un fiume che scorreva poco profondo tra i campi, il profumo dei gigli, un cortile lastricato. Non si trattava di vaghe metafore  un nome, John Cocci, testi scolpiti nella pietra italiana. Si trattava di coordinate, per chiunque sapesse ascoltare con la necessaria pazienza.

Ci vollero diversi mesi prima che qualcuno riuscisse a ricostruire l'intera storia: un utente anonimo di un forum, poi un piccolo blog di fan, e infine, inevitabilmente, un giornalista che intu? una storia pi? complessa di un semplice easter egg musicale. La ricerca si spost? da internet alla Toscana reale. Qualcuno si rec? fisicamente a Vinci, la sua citt? natale, fotografando ogni angolo del borgo, quasi in pellegrinaggio. Un'altra persona, ricostruendo il resto del testo, raggiunse un piccolo cimitero fuori citt?, di fronte a una lapide anonima con un nome che non diceva nulla a nessuno: John Cocci, e il testo di una canzone inedita, mai sentita prima.

Da l?, la macchina che non avevo mai dovuto avviare personalmente si mise in moto da sola. Un notaio, nominato anni prima, si present? con istruzioni sigillate che nessuno aveva mai aperto. L'ufficio locale per la tutela del patrimonio, incaricato del caso, apr? un fascicolo per stabilire chi fosse realmente sepolto sotto quel nome straniero: non un'esumazione per smentire un certificato di morte inesistente, ma il semplice e lento lavoro di identificazione che si rende necessario quando una persona scomparsa da anni riemerge improvvisamente con un'identit? che nessuno le aveva mai associato. Il diario, ritrovato esattamente dove Giovanni lo aveva lasciato, all'interno di una scatola sigillata di betulla della Carelia, sulla sua amata Fender, pass? di mano in mano attraverso canali che nessuno avrebbe mai potuto accusarmi di aver orchestrato.

Non ho pubblicato il diario di Giovanni.

Il mondo ha fatto questo, credendo di averlo scoperto da solo.




VIII: Data attuale


C'era un ultimo dettaglio che Giovanni non mi aveva mai rivelato fino a quei giorni a Firenze.

Me ne parl? una sera dopo cena, mentre entrambi guardavamo il giardino trasformarsi in una sagoma scura contro il cielo che si affievoliva, il suono dell'acqua che scorreva unico segno di vita nell'oscurit?. Giovanni teneva in mano un bicchiere di vino, sfiorandolo appena e facendolo roteare lentamente tra le dita.

Ho avuto due nascite, disse, come se stesse parlando di qualcun altro. Due battesimi, due madri e due padri.

Rimasi in silenzio, aspettando che continuasse.

"La prima cosa ? ci? che ? registrato nei documenti ufficiali", ha spiegato, "la data sulla copertina di ognuno dei miei album, il 15 aprile, che i fan di tutto il mondo conoscono a memoria e si sono tatuati sulla pelle. Quella ? la data che mio padre, Nardi, ha inserito nei documenti quando ha richiesto la tutela."

Prese un piccolo sorso, poi pos? il bicchiere sul tavolo con un gesto lento, come se ogni movimento gli costasse pi? fatica del solito.

La data reale era diversa: il primo ottobre di un anno prima. E il nome con cui fui battezzato quel giorno, in una piccola cerimonia officiata da un monaco nella cappella dei genitori della ragazza che mi ha dato alla luce, Nora, non era Giovanni. Era Leonardo.

Inarcai le sopracciglia ma non lo interruppi.

"Nora aveva solo diciotto anni quando mi ha dato alla luce", continu?. "I suoi genitori fecero di tutto per convincerla a darmi in adozione fin dall'inizio, e in parte la costrinsero, non la convinsero. Anni dopo, lei stessa mi raccont? tutto in una telefonata che non ho mai dimenticato: non i dettagli pratici dell'affidamento, ma il dolore di una ragazza troppo giovane per combattere contro la propria famiglia."

Rimase in silenzio per un momento, con lo sguardo fisso sul cortile ormai buio.

Le parole della mia canzone inedita, "Sono nato due volte", un verso che ho poi scelto per la mia lapide, parlano, in codice, proprio di questo, disse infine. Per me hanno un significato preciso: una confessione che devo alla mia prima madre, Nora. L'ultimo passo di un percorso verso la verit? che desideravo rendere pubblico da anni. Non l'ennesimo capriccio di un uomo ricco che decide come seppellirsi, ma un modo per rivendicare, almeno nella pietra, ci? che la vita non mi ha mai permesso di rivendicare a parole.

Annuii lentamente, rendendomi conto solo allora di quanto peso avesse davvero quella richiesta di una lapide.

Non fu questa discrepanza a dissipare definitivamente ogni dubbio sull'identit? della persona sepolta con il nome di John Cocci. Furono le parole della canzone incisa sulla lapide, "Forever Blue", un brano postumo che nessuno avrebbe potuto conoscere prima della sua pubblicazione, a fornire la prova definitiva. N un fan ossessivo n un giornalista in cerca di sensazionalismo avrebbero potuto inventare una simile coincidenza. Quando gli investigatori incaricati dall'Autorit? per i Beni Culturali confrontarono i dati, ogni dubbio residuo sull'identit? dell'uomo sepolto con questo nome straniero venne definitivamente fugato.

Due nascite, due nomi, per un uomo che ha trascorso la vita scoprendo di essere, fin dall'inizio, frutto di un doppio segreto, e che, alla fine, ha scelto di lasciare che questa canzone, criptata come il resto della sua storia, testimoniasse la verit?.




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