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UN ANNO IN ITALIA

  

30       

 B1B2

    






   


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                  .    ;  - ,       .

 115    B1:  ,  ,  .  1630   B2: ,  ,  .   ,    .

   passato prossimo  imperfetto  ,        .        -.   , ,  ;     .

               .          .

    . Buona lettura!







  30 ,    .   ,     .

  74 ,     ,      ;     Mo.

    ,    ,  ,     ,   .

  , 9 ;          .

     ,  ;  ,    .

         ;          .

   81 ,   ;     ,    ,    ,    .

    :   ,    ,    ,    .






 / Contents


 1. B1    

1. Benvenuta a Bologna       

2. Un caff? al banco      

3. La sfoglia    

4. Buongiorno, dottoressa     , 

5. Le mani parlano     

6. Lascio?    ?

7. Il pranzo della domenica     

8. Castagne e sagre      

9. Nebbia    

10. Firenze in un giorno       

11. La Rossa    

12. Il presepe    

13. Tombola!    !

14. Il Vecchione    

15. La Befana vien di notte      

 2. B2    

16. A Carnevale ogni scherzo vale        

17. Parla come mangi     

18. Il padre di Aldo     

19. Pasquetta    

20. Bella ciao     

21. Pelmeni e tortellini      

22. Trenta e lode      

23. Il Palio    

24. Dottoressa!    !

25. Vedi Napoli     

26. L'ombrellone     

27. La notte di San Lorenzo      

28. Ferragosto    

29. Ci vediamo?    ?

30. Arrivederci     





 1  B1

     115



STORIA 1




Benvenuta a Bologna


   

La prima parola italiana che Ksenia Lebedeva ha sentito a Bologna non era nei suoi libri. Era Mo.

  ,      ,     .   .

Mo, finalmente! ha detto un uomo alto, con una maglietta rossobl? e un cartello in mano, quando lei ? uscita dalle porte degli arrivi. Sul cartello, qualcuno aveva scritto con un pennarello verde: KSENIA (SIBERIA). Sotto c'era un disegno: un orso bianco con la sciarpa.

 , -!      -     ,       .   -   : KSENIA (SIBERIA).        .

Sei Ksenia, vero? Io sono Stefano, il figlio della signora Gianna. L'orso l'ha disegnato mia figlia. Dice che in Siberia ci sono gli orsi per strada.

   ?   ,   .    .  ,       .

Ksenia ha riso. Era stanca morta: NovosibirskIstanbul, cinque ore di attesa all'aeroporto, IstanbulBologna. Ventidue ore di viaggio. In valigia aveva un cappotto, due maglioni e un barattolo di miele siberiano per la padrona di casa.

 .   :   ,     ,   .     .      ,        .

*   *   *

Ksenia aveva trent'anni. Da sei anni insegnava italiano all'universit? di Novosibirsk. Sapeva spiegare la differenza tra il passato prossimo e il passato remoto, tra essere e stare, tra il congiuntivo e l'indicativo. Aveva letto Dante, Calvino e la Ginzburg in originale. Ma in Italia era stata una volta sola, per cinque giorni, a Roma, con un gruppo di turisti.

   .        .      passato prossimo  passato remoto,  essere  stare,     .   ,     .       ,  ,  ,   .

Adesso aveva un anno intero. L'Universit? di Bologna cercava un lettore di russo per un anno, e avevano scelto lei. Doveva tenere lezioni di conversazione agli studenti e, la sera, un corso per adulti. Il dipartimento le aveva trovato una stanza in affitto da una signora anziana, in via Saragozza. Una persona molto perbene, diceva l'email. Cucina benissimo.

     .       ,   .       ,       .          .   ,    .   .

*   *   *

Stefano guidava come parlava: veloce e con le mani. Una mano sul volante, l'altra in aria.

    ,  :   .    ,   .

Allora, Bologna. Tre cose devi sapere, ha detto. Bologna la dotta, perch qui c'? l'universit? pi? antica del mondo occidentale, del 1088. Bologna la grassa, perch qui si mangia meglio che in tutta Italia. E Bologna la rossa.

 , .     ,   .   ,        , 1088 .  ,     ,    .   .

Rossa per la politica? ha chiesto Ksenia. Aveva letto qualcosa sui comunisti bolognesi.

  - ?   .  -    .

Anche. Ma soprattutto per i tetti. Guarda.

  -  .    - . .

La macchina era entrata in centro. Ksenia ha guardato dal finestrino e ha capito. Tutto era rosso, arancione, color mattone: i muri, i tetti, le torri. Il sole del pomeriggio rendeva la citt? calda come un pezzo di pane appena sfornato.

   .       .    , , : , , .      ,       .

E poi c'erano i portici. Ksenia li aveva visti nelle foto, ma non immaginava che fossero dappertutto. Lungo ogni strada, le case avevano al piano terra una specie di corridoio aperto, con colonne e archi. La gente camminava l? sotto, all'ombra.

    .     ,   ,   .         -   ,    .    ,  .

Quaranta chilometri di portici solo in centro, ha detto Stefano con orgoglio. Qui non ti serve l'ombrello. Puoi attraversare la citt? quando piove e non ti bagni. Be', quasi.

       ,     .      .          . , .

*   *   *

La casa della signora Gianna era in via Saragozza, vicino a un grande arco. Era un vecchio palazzo giallo, con un portone di legno pesantissimo. Al secondo piano, sulla porta, c'era un cartellino scritto a mano: TASSINARI.

      ,    .         .       ,   : TASSINARI.

La porta si ? aperta prima che Stefano suonasse. Una signora piccola, con i capelli bianchi corti e un grembiule a fiori, ha guardato Ksenia dall'alto in basso. Cio?, dal basso in alto, perch Ksenia era pi? alta di lei di una testa.

    ,   .      ,    ,     . ,  ,         .

Lei ? la signora Tassinari? Piacere, sono Ksenia, ha detto Ksenia nel suo italiano migliore, quello da manuale.

   ?  ,  ,       , .

La signora ha fatto una smorfia.

 .

Mo va l?, che signora Tassinari! Sono Gianna. E dammi del tu, che se no mi sento vecchia. Poi le ha preso la faccia tra le mani e le ha dato due baci, uno per guancia. Sei magra. Hai mangiato in aereo? No, eh. Lo sapevo. Vieni, vieni.

   ,    !  .    ,      .            ,      .  .   ? , .    . , .

*   *   *

Dentro, la casa profumava di qualcosa che Ksenia non conosceva: carne, vino, cipolla, qualcosa di dolce. In cucina, su un fornello basso, una pentola faceva blop, blop piano piano.

   -,    : , ,   - .  ,   ,   : , .

? il rag?, ha spiegato Gianna. Cuoce da stamattina. Il rag? vero deve cuocere almeno quattro ore. Chi ti dice di meno, ti dice una bugia.

  ,   .    .        .  ,  ,  .

Su un tavolo di legno enorme, coperto di farina, c'era un bastone lungo come un braccio.

   ,  ,     .

E questo?

   ?

Il mattarello. Era di mia madre. Gianna l'ha toccato come si tocca un gatto. Per quarant'anni ho fatto la sfoglina. Sai cos'?? Quella che tira la pasta a mano. In un laboratorio qui vicino, tutti i giorni, dalle sei del mattino. Tagliatelle, tortellini, lasagne. Adesso sono in pensione, ma la sfoglia la faccio ancora. Tutte le domeniche.

 . .    ,   .      . ,  ? ,    .    ,  ,   . , , .    ,      .  .

Ksenia ha tirato fuori il barattolo di miele.

   .

Questo ? per te. Miele della Siberia. Di tiglio.

  .  . .

Gianna ha guardato il barattolo, poi Ksenia, poi di nuovo il barattolo. Aveva gli occhi lucidi.

   ,   ,    .    .

Mio marito Franco metteva il miele nel latte, la sera. Grazie, cara. Si ? soffiata il naso nel grembiule. Mo basta. Siediti. Ti faccio due tagliatelle.

         . , .     .   . .    .

*   *   *

Due tagliatelle era un piatto enorme. Gialle, sottili, con il rag? e il parmigiano sopra. Ksenia ne ha mangiato un boccone e ha chiuso gli occhi. In Siberia, all'universit?, spiegava agli studenti la parola squisito. Adesso, finalmente, sapeva cosa voleva dire.

    . Ƹ, ,     .      .  ,  ,     squisito  , .    ,   .

Allora? ha chiesto Gianna.

  ?   .

?... squisito.

  .

Squisito! Gianna ha riso e ha guardato Stefano. Senti come parla, questa! Come un libro. Qui non si dice squisito. Qui si dice b?no. O la fine del mondo.

 !       .  ,   ?   .     .   .   .

? la fine del mondo, ha ripetuto Ksenia. Era vero.

   ,   .    .

*   *   *

La sua stanza era piccola, con un letto alto, un armadio scuro e una finestra che dava sul portico. Di notte, sotto il portico, si sentivano passi, biciclette, voci di ragazzi che tornavano a casa. Qualcuno cantava. Qualcuno rideva. A mezzanotte, a Bologna, la vita non era ancora finita.

    :  ,    ,   .     , ,  ,   . - . - .          .

A Novosibirsk erano le cinque del mattino. Ksenia ha mandato un messaggio alla mamma: Arrivata. Ho mangiato le tagliatelle pi? buone del mondo. Qui fa caldo e nessuno dorme. Poi ha preso dalla valigia un quaderno nuovo. Sulla prima pagina ha scritto: Quello che non c'era nei libri di testo.

    .   : .      .  ,    .      .     :     .

E sotto:

 :

1. Bologna ha tre nomi: la dotta, la grassa e la rossa. Sotto i portici non serve l'ombrello.



2. Mo ? la parola preferita dei bolognesi. Si mette all'inizio della frase. Mo va l?! vuol dire pi? o meno Ma dai, smettila!.



3. Se dai del Lei a una signora che ti ha appena aperto la porta di casa, la fai sentire vecchia. Due baci, e subito del tu.

1.    : ,   .     .



2. Mo    .     . Mo va l?!     !.



3.    ,        ,    .       .




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   ,     (https://www.litres.ru/book/aleksandra-panfilova/god-v-italii-30-istorii-na-ital-ianskom-iazyke-s-para-74714157/)  .

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