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La società contemporanea, con le sue rapidissime modificazioni che fanno sì che ogni elemento diventi rapidamente obsoleto, sembrò in gran parte aver dimenticato l’importante funzione della storia. Solo il presente e il suo continuo mutare apparve dotato di interesse. Il passato, particolarmente per le giovani generazioni, iniziò a divenire privo di attrattiva e di presunta utilità. Un famoso piccolo testo di Jean Chesneaux, del 1976, ebbe il rivoluzionario titolo: Du passé faisons table rase? A propos de l’histoire et des historiens. Scriveva Chesneaux:19
Dans la lutte contre l’ordre établi, refuser le passé et ses images d’oppression est une tendance naturelle. […] Mais le refus du passé n’exclut pas le recours au passé. […] La volonté de libérer le passé, de s’appuyer sur lui pour affirmer l’identité nationale, est aussi forte dans les mouvements de libération du tiers monde au XXe siècle. […] Il faut, et cela bouleverse plus encore nos habitudes, prendre conscience du fait que la réflexion historique est régressive, qu’elle fonctionne normalement à partir du présent, à contre-courant du flux du temps, et que c’est sa raison d’être fondamentale.
Spinti dai bisogni e dalle esigenze della società industriale, che iniziava a porre in luce i suoi elementi interni di crisi, l’attenzione degli storici si rivolse a studiare in campo sociale la condizione delle masse lavoratrici, in campo più strettamente storico-economico si tese ad abbandonare gli studi sul medioevo e l’età moderna e ci si andò sempre più a interessare di indagini sull’industria, sul mercato, sulle variazioni e modificazioni della tecnologia, della finanza, del sistema creditizio, sulle fonti energetiche, sulle modificazioni climatiche, sulle variazioni del Pil. Tutto ciò comportò l’esigenza di far ricorso nell’analisi a una serie di fonti diverse, in primo luogo alle fonti statistiche prodotte da enti pubblici e privati sia in ambito nazionale sia internazionale, fonti ricche di dati quantitativi che consentissero raffinate elaborazioni matematiche.
Se fino a tutti gli anni ‘70, gli studiosi facenti capo a qualsiasi branca disciplinare in ambito storico, che all’epoca venivano considerati come appartenenti alle «giovani generazioni», erano stati fortemente influenzati dalla storiografia francese collegata alla Scuola delle «Annales», proprio fra fine anni ‘70 e inizi ‘80 l’interesse dei «nuovi» storici economici si indirizzò verso le tematiche e le metodologie affermatesi già negli anni ‘60 negli U.S.A e in area anglosassone in genere.20 Come ebbe a sottolineare C.M. Cipolla, «In questi paesi [quelli di cultura anglosassone] una cultura economica più diffusa, una abitudine al più corretto uso di termini economici (in buona parte coniati nella lingua inglese) nel linguaggio quotidiano, fecero sì che anche gli storici economici che non avevano una particolare preparazione economicista fossero sovente in grado di impiantare discorsi che non solo storicamente, ma anche dal punto di vista della logica economica, non prestavano il fianco a critiche severe. E fu appunto […] negli Stati Uniti che si verificò la reazione più drastica al tradizionale modo di fare la storia economica».21 Notava criticamente lo stesso Cipolla che questi nuovi storici economici:22
avvertono molto meno dei loro colleghi di formazione più prettamente storica la necessità di mediazione con le fonti e, preoccupati soprattutto del «modello» teorico presentato, non esitano a forzare le cose insistendo nel porre domande che trovano riscontro nei dibattiti di moda della teoria […] Non trovando nelle fonti delle epoche di cui si occupano i dati storici necessari, fanno acrobazie e in più di un caso ricorrono a dati sostitutivi […] Si producono così spesso lavori che, perfettamente ammirevoli per la eleganza logica del «modello» teorico interpretativo e per l’ingegnosità dell’apparato statistico, rimangono creature dai piedi di argilla […].
La cliometria e l’econometria iniziarono a conquistare pagine di saggi su riviste e di volumi. L’utilizzazione di «modelli» andò diffondendosi a ritmo crescente. Una consistente quota parte degli studiosi gradatamente divenne meno «storica» e più «economica». Da una Storia economica si passò spesso a un’Economia storica, per poi gradatamente abbandonare anche l’analisi storica in senso stretto. I dati del passato, con maggiore interesse per quelli quantitativi che per quelli qualitativi, divennero sempre più utili per sostenere o per confermare delle tesi astratte di economisti teorici. Per questi nuovi settori d’indagine storica le fonti archivistiche tradizionali vennero a perdere d’importanza. La forte connotazione economica delle ricerche richiedeva il ricorso a grandi banche dati, il che fu favorito dalla larga diffusione dei computers e successivamente dalla possibilità per gli studiosi di reperire dati tramite internet. Tempi e spazi si andarono così dilatando, in modo impensabile fino a quel momento. Gli archivi italiani ed europei in genere, specialmente quelli di stato, videro le loro sale di studio divenire sempre più ambiti desertificati, in quanto i docenti non solo li utilizzavano poco per le loro ricerche (o spesso non li consultavano affatto), ma non obbligavano più nemmeno i loro studenti a frequentarli per tesi di laurea o di dottorato. Carotaggi del ghiaccio in Groenlandia divennero fonte utile per studiare le variazioni climatiche di secoli passati e le conseguenti produzioni agricole in spazi differenziati; analisi su scheletri di millenni fa consentirono di comprendere il tipo di cibo e di calorie che quei soggetti avevano ingerito, in modo di metterli a confronto con quelle di operai del sec. XIX o con il variare delle risorse energetiche utili a produrre i beni;23 le formulazioni utili ad analizzare il calcolo attuale del Pil vennero utilizzate per studiare, pur con pochi dati disponibili, il prodotto interno lordo di società di centinaia di anni fa; tanto per fare solo qualche esempio. La storia economica non fu più «la scienza degli uomini nel tempo», ma tese ad assumere una nuova fisionomia e una nuova funzione, quella di verificare con dati di un lungo passato, spesso anche assai remoto, la valenza di recenti teorizzazioni di economisti puri. Ciò che spesso scomparve da questi nuovi studi, pur così stimolanti e intelligenti, furono due elementi base che fino ad allora a partire da Tucidite avevano connotato la Storia, ossia: gli «uomini», ridotti a numeri e a entità astratte; e le categorie «spazio/tempo» che erano sempre sembrate essere la base di ogni ricerca storica. Tanto da far affermare a C.M. Cipolla: «L’eliminazione dell’individuo rappresenta una delle più gravi lacune nella storiografia economica corrente ed uno degli elementi che contribuiscono al suo peccato originale di semplicismo».24
Queste variazioni d’interesse storiografico e queste trasformazioni pur parziali degli «storici economici» in «economisti storici» non furono certo totali. Accanto a questi nuovi studi continuarono e continuano ad apparire ottimi lavori di storia economica fondati in primo luogo sulle fonti archivistiche, basti pensare a titolo di esempio a un fondamentale lavoro di storia economica di un collega statunitense R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence, apparso recentemente anche in edizione italiana per i tipi di Il Mulino.25 Come vorrei ricordare un libro di storia economica che io ho molto amato quello di Steven Marcus, Engels, Manchester e la classe lavoratrice, tradotto in italiano da Luca Fontana e apparso per i tipi di Einaudi nel 1980; lavoro ove le fonti principali sono quelle letterarie, come i testi di Charles Dikens, Thomas Carlyle, Cyrus Redding e tanti altri letterati che trattano delle coke towns e delle condizioni di vita dei lavoratori.26 Anche io, a volte, nei miei studi, ho preferito privilegiare il ricorso a fonti apparentemente non di natura economica, ossia quelle di natura cronachistica, letteraria e iconografica, volendo studiare delle tematiche di storia economica, in quanto mi è parso che le stesse, pur nell’ovvia mediazione culturale dei vari autori, permettessero di indagare in maniera più complessiva sul determinarsi e concretizzarsi di modi comportamentali, direttamente connessi a tematiche economiche, sociali e politiche, che nel corso del tempo si sono venuti affermando. Ma ripeto sono pienamente convinto che lo storico non possa né debba mai utilizzare una sola fonte nei propri lavori, ma sempre una pluralità delle stesse da mettere a confronto e da sottoporre a una serrata analisi critica.
Se gli storici economici nella maggior parte dei casi hanno da decenni ormai abbandonato il Medioevo come arco cronologico delle proprie analisi, va sottolineato che al contrario molti medievisti puri hanno dedicato larga parte dei propri studi a tematiche economiche, come ad esempio il commercio, la banca, la struttura e la vita nelle campagne e negli aggregati umani, ecc. Ma va ancora una volta posto in luce che anche se questi lavori, pur di grande interesse, hanno determinato una svolta nella medievistica italiana e internazionale, grazie proprio all’arricchimento che agli stessi è stato dato dall’apporto dell’indagine su fonti economiche e quantitative, a tutt’oggi può notarsi nei singoli autori una carenza di formazione teorico-economica.
Vorrei concludere affermando che io, pur essendo stato a volte critico con le nuove tematiche e impostazioni della storia economica –basti far riferimento alla mia relazione nel citato convegno datiniano dedicato a Dove va la storia economica?, e al mio contributo al dibattito nel convegno Le iterazioni fra economia e ambiente biologico nell’Europa preindustriale secc. XIII-XVIII–27 e pur avendo ormai raggiunto la veneranda età di 75 anni, mosso dalla mia consueta curiosità sono molto attratto da questi studi condotti con una metodologia così distante da quella che avevo appreso e che ho cercato di utilizzare nei miei lavori. Trovo che nel variare del tempo e dei bisogni della società, anche in ambito culturale, questi nuovi metodi e approcci possano essere di grande utilità, anche se io certo ormai non riuscirò mai a effettuarne.
1 M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, con Prefazione di J. Le Goff, Torino, Einaudi, 2006, p. 7. Sulle fonti della storia si vedano le sempre magistrali pagine di J. G. Droysen, Istorica. Lezioni sulla Enciclopedia e Metodologia della Storia, trad. di L. Emery, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1966, pp. 63-87.
2 L. Febvre, Problemi di metodo storico, Torino, Einaudi, 1976. Per Febvre, la storia è «lo studio scientificamente condotto delle diverse attività e delle diverse creazioni di uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili fra loro». In proposito cfr. anche C. M. Cipolla, Tra due culture. Introduzione alla storia economica, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 37.
3 La citazione è tratta da C.M. Cipolla, Tra due culture, cit., p. 20.
4 L. Einaudi, Lo strumento economico nell’interpretazione della storia, in «Rivista di storia economica», 1936, p. 156.
5 C.M. Cipolla, Tra due culture, cit., pp. 20-22.
6 J.A. Schumpeter, History of Economic Analysis, New York 1954, tr. it. Storia dell’analisi economica, Torino, Bollati Boringhieri, 1959, p. 16.
7 M. Foucault, Tecnologie del sé, in Un seminario con Michel Foucault. Tecnologie del sé, a cura di L.M. Martin, H. Gutman e P. H. Hutton, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 13.
8 P. H. Hutton, Foucault, Freud e le tecnologie del sé, in Un seminario con Michel Foucault, cit., p. 134.
9 A. Gramsci, Quaderni del carcere, Roma, Editori Riuniti, 1971, pp. 20-21 di Passato e presente; annotava lo stesso Gramsci nel VII dei «Quaderni»: «Il processo di sviluppo storico è una unità nel tempo, per cui il presente contiene tutto il passato e del passato si realizza nel presente ciò che è “essenziale” […]. Ciò che si è “perduto”, cioè non è stato trasmesso dialetticamente nel processo storico, era di per se stesso irrilevante, era “scoria” casuale e contingente, cronaca e non storia, episodio superficiale, trascurabile, in ultima analisi».
10 M. Bloch, Apologia della storia, cit., p. 7, nota 1.
11 C. M. Cipolla, Tra due culture, cit., p. 37.
12 F. Braudel, Scritti sulla storia, con Introduzione di A. Tenenti, Milano, Mondadori, 1973, p. 62.
13 A. Smith, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ed. it. con Introduzione di A. Graziani, Torino, UTET, 1965, p. 283.
14 F. Braudel, Scritti sulla storia, cit., pp. 62-63. Il testo era apparso in edizione francese a Parigi per i tipi di Flammarion nel 1969. Annotava sempre Braudel: «A prima vista, il passato consiste in questa massa di piccoli fatti, alcuni clamorosi, altri oscuri e indefinitamente ripetuti, quegli stessi da cui la microsociologia, o la sociometria, sul piano dell’attualità, traggono il loro quotidiano alimento (e vi è anche una microstoriografia). Ma questa massa non costituisce tutta la realtà, tutto lo spessore della storia su cui la riflessione scientifica possa lavorare in modo soddisfacente. La scienza sociale ha quasi orrore dell’avvenimento, e non senza ragione: il tempo breve è la più capricciosa, la più ingannevole delle durate». Ibidem, p. 61. Lo stesso Braudel, parlando di studi incentrati su singoli elementi e su spazi e tempi limitati, nel suo studio dedicato a «Il secondo Rinascimento» aveva scritto: «Questa massa di studi e di conoscenze può risultare alla fine fastidiosa. Troppi particolari si accumulano, che è necessario superare, ponderare, ricondurre al loro significato, quando ne abbiano. Troppi particolari, ossia fatti di cronaca, avvenimenti anche notevoli, biografie anche esemplari. Perché solitamente un’erudizione attiva ma frammentaria ci offre proprio questo tipo di fatti alla rinfusa. Ogni particolare restituisce a suo modo, ma solo per un istante, uno spazio, un tempo che bisognerebbe padroneggiare con precisione». F. Braudel, Il secondo Rinascimento. Due secoli e tre Italie, con Presentazione di M. Aymard e trad. di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1974, p. 8.
15 Si vedano a titolo di esempio G. Porisini, La proprietà terriera nel comune di Ravenna dalla metà del XVI secolo ai giorni nostri, Milano, Giuffrè, 1963; id., Il contenuto economico dei rogiti notarili di Ravenna, Milano, Giuffrè, 1963; C. Rotelli, La distribuzione della proprietà terriera e delle colture ad Imola nel XVII e XVIII secolo, Milano, Giuffrè, 1966.
16 In proposito rinvio a un mio breve intervento in una tavola rotonda organizzata dalla Società degli storici italiani dell’economia a Bologna nel marzo del 1991, apparso in «Proposte e ricerche», 27 (2/1991), pp. 147-154, con il titolo Il ruolo dell’economico negli studi sul Medioevo oggi. Riflessioni brevi e appunti per una discussione; al mio contributo La storiografia economica relativa all’età medievale in Italia (1966-1989), apparso nel volume da me stesso curato Due storiografie economiche a confronto: Italia e Spagna, dagli anni ‘60 agli anni ‘80, Milano EGEA, 1991, pp. 75-125; e anche alla mia relazione Vecchie e nuove sensibilità nella storiografia economica italiana: le tematiche, in Dove va la Storia economica? Metodi e prospettive secc. XIII-XVIII, a cura di F. Ammannati, Firenze, Firenze University Press, 2011, pp. 25-37 (Fondazione Istituto internazionale di Storia economica «F. Datini» Prato, Atti della «Quarantaduesima Settimana di Studi», 18-22 aprile 2010).
17 W. Kula, Problemi e metodi di Storia economica, Milano, Cisalpino Goliardica, 1963, p. 89. Dello stesso W. Kula si veda Storia ed economia: la lunga durata, in La storia e le altre scienze sociali, a cura di F. Braudel, Roma-Bari, Laterza, 1974, pp. 206-233, il testo era già apparso in «Annales E.S.C.», XV (1960), n. 2, pp. 294-313.
18 C.M. Cipolla, Gino Luzzatto o dei rapporti tra teoria e storia economica, in «Ricerche economiche», 1979, poi in M. Finoia, Il pensiero economico italiano, 1850-1950, Bologna, Cappelli, 1980, p. 629.
19 J. Chesneaux, Du passé faisons table rase? A propos de l’histoire et des historiens, Paris, Librairie François Maspero. 1976, pp. 33, 53.
20 In proposito cfr. The New Economic History. Recent Papers on Methodology, New York, John Wiley & Sons, 1970, a cura di R.L. Andreano, ed. it. La nuova storia economica, con traduzione di A. Salsano, Torino, Einaudi, 1975; gli interessanti saggi raccolti nel citato volume intitolato Dove va la storia economica? Metodi e prospettive, secc. XIII-XVIII, con particolare riguardo per l’Italia al saggio di P. Malanima, Storia economica e teoria economica, ivi, pp. 419-427 e per la Gran Bretagna al saggio di W.M. Ormrod, Governement Records: Fiscality, Archives and the Economic Historian, ivi, pp. 197-224.
21 C. M. Cipolla, Tra due culture, cit., pp. 91-92.
22 Ibidem, p. 33.
23 Si veda in proposito il bel volume degli Atti della XXXIV Settimana Datini, dedicato a Economia e energia secc. XIII-XVIII, a cura di S. Cavaciocchi, Firenze, Le Monnier, 2003, e il volume degli Atti della XL Settimana Datini, Le iterazioni fra economia e ambiente biologico nell’Europa preindusriale, secc. XIII-XVIII, Economic and Biological Interactions in Pre-industrial Europe, fron the 13th to the 18th Centuries, a cura di S. Cavaciocchi, Firenze, Firenze University Press, 2010.
24 C.M. Cipolla, Tra due culture, cit., p. 96.
25 R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence Baltimore, Md., The John Hopkins University Press, 2009; ed it. L’economia della Firenze rinascimentale, Bologna, Il Mulino, 2013.
26 Interessanti esempi di utilizzazioni di fonti letterarie e iconografiche in studi di storia economica sono contenuti anche negli Atti della XXVI e della XXXIII Settimana Datini, dedicati rispettivamente a Il tempo libero, economia e società (Loisir, Leisure, Tiempo libre, Frezeit), a cura di S. Cavaciocchi, Firenze, Le Monnier, 1995, e a Economia e arte, secc. XIII-XVIII, Firenze, Le Monnier, 2002.
27 Fondazione Istituto internazionale di storia economica «F. Datini» Prato, Atti della «Quarantunesima Settimana di Studi» 26-30 aprile 2009, a cura di S. Cavaciocchi, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp. 608-609.
ALLE ORIGINI DEL FATTORE ITALIA: LAVORO E PRODUZIONE NELLE BOTTEGHE FIORENTINE DEL RINASCIMENTO
Giampiero Nigro Università degli Studi di Firenze
Il tema della capacità del design rinascimentale è tornato più e più volte nella riflessione sulle attuali potenzialità economiche dell’Italia e delle sue vocazioni manifatturiere. Imprenditori, economisti e sociologi, cogliendo l’utilità della storia, affermano che per irrobustire la qualità e la visibilità del made in Italy è necessario fare riferimento al gusto e alla capacità tecnica e artigianale che ebbe inizio durante il Rinascimento. Dunque l’italian factor trova i suoi precedenti storici nel design-thinking del Rinascimento fiorentino. A parte gli sgradevoli neologismi, ho sempre avuto l’impressione che il concetto di capacità nel disegno rinascimentale sia stato usato solo in quel limitato significato, come se i connotati dei tempi si fossero semplicemente estrinsecati sul piano dell’abilità artistica e della sensibilità estetica.
In effetti nella Firenze degli umanisti e degli artisti del Rinascimento, nella Firenze dei secoli XIV-XVI esisteva un insieme complesso di fattori economici, sociali e culturali che possiamo sintetizzare nella locuzione «fattore Firenze».
Per mostrare questo, dovrò richiamare l’attenzione su una parte della società fiorentina di allora. Non parlerò delle masse dei diseredati, ma di una porzione minoritaria della società, non piccola e fortemente diversificata, che a partire dalla peste del 1348 concorse alla ripresa economica e alla riduzione della polarizzazione della ricchezza. Un ceto intermedio che fu artefice e partecipe di forte dinamismo sociale.
Le condizioni economiche e il dinamismo che caratterizzavano la Città del Giglio nei secoli indicati possono essere colti esaminando i dati del Catasto del 1427 dai quali emerge che a Firenze 1/3 dei capi famiglia deteneva circa il 50 % della ricchezza accertata e che cento famiglie ne avevano il 16-17 %.1 Dunque nel Basso Medioevo la distribuzione era migliore di quanto potessimo aspettarci. Pensando al tempo attuale si rifletta sul fatto che, secondo Banca d’Italia, nel 2012 il 64 % della ricchezza in Italia era in mano al 10 % delle famiglie. Inutile soffermarsi sulla difficoltà di confrontare simili dati in modo corretto; mi limito a dire che essi hanno un valore almeno evocativo e ci aiutano ad affermare che Firenze era una realtà dotata di inusitata vitalità, di una dinamicità creata da quel largo strato sociale che ruotava attorno alle botteghe.
Ecco il nucleo dal quale intendo partire: la bottega;2 la bottega fiorentina, vista soprattutto nel suo funzionamento e che proverò a descrivere sinteticamente cercando di porre in evidenza gli elementi utili alla mia riflessione. Si trattava, nella maggioranza dei casi, di aziende gestite da quello che definiamo l’artigiano classico; un maestro in grado di agire nella condizione di operatore economico libero sul mercato, con un libero accesso alle materie prime e al consumatore finale. A differenza di quanto accadeva a molti produttori di fase nella manifattura tessile, quella autonomia consentiva l’adozione di strategie prive di condizionamenti se non quelli dei propri bisogni e stimoli culturali. Egli governava la sua bottega sulla base di un rapporto di tipo paternalistico che lo legava ai propri dipendenti: il garzone stabile, il lavorante a cottimo, l’apprendista. Persone che, sottolineo questo aspetto, erano fortemente partecipi dei processi produttivi in cui erano inserite. Non esisteva alcuna forma di alienazione dal lavoro che il mondo occidentale ha scoperto con la Rivoluzione Industriale. Possiamo quindi immaginare che, normalmente, dentro la bottega fiorentina di quei tempi ciascun addetto concorresse in modo consapevole e partecipato alla creazione dei prodotti finali, di quei beni che tanto spazio hanno avuto nell’immaginario dei nostri storici dell’arte, ma anche e soprattutto dei consumatori di allora. Si pensi a botteghe come quella di Donatello o del Cellini che gli storici dell’arte hanno chiamato scuole; erano scuole come tutte le altre, uguali alla piccola azienda di Girolamo di Lorenzo Talducci «facitore di scarpe in Por Santa Trinita»,3 uguali a una qualsiasi bottega di farsettaio. Al loro interno ogni pezzo veniva fabbricato in parte dal maestro in parte da chi collaborava con lui. Era un modello di organizzazione della produzione compartecipata che garantiva forti e inusitati elementi di creatività.
Altri aspetti fondamentali erano il tempo e il ritmo del lavoro. Si lavorava, di norma, quindici ore al giorno, dall’alba alla compieta, le ore ventuno secondo l’attuale modo di misurare il tempo.
Faccio un piccolo inciso su questo aspetto: da tempo era entrato in uso l’orologio, strumento razionale, indispensabile all’ormai evoluto mondo del lavoro, che consentiva di superare gradualmente le abitudini indotte dalle antiche quanto incerte misure del tempo tramandate nei conventi e nelle chiese. Molti orologi in Italia erano simili a quello sulla controfacciata del Duomo di Firenze, splendidamente dipinto da Paolo Uccello negli anni Quaranta del Quattrocento. Il quadrante contiene tutte le ore del giorno; le ore ventiquattro non corrispondevano all’attuale mezzanotte astronomica ma, secondo lo stile italico, scadevano al tramonto di ogni equinozio ed erano dipinte sulla parte inferiore dell’orologio (in corrispondenza delle nostre ore sei).4
Torniamo al tempo di lavoro; ho detto che la giornata era di quindici ore con tre intervalli: uno per asciolvere cioè per fare una piccola colazione, uno per il pranzo attorno a mezzogiorno (alla sesta delle ore canoniche) e uno per la merenda all’ora nona, cioè intorno alle quindici.




