Un Mare Di Scudi

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Quindi rimase semplicemente lì, furente e in silenzio.
“Il gatto ti ha mangiato la lingua?” lo prese in giro suo padre. “Allora levati dai piedi. Mi stai facendo perdere tempo. Questo è il nostro grande giorno e non sarai certo tu a rovinarlo.”
Suo padre lo spinse da parte e andò oltre, uscendo dalla porta e guardando in entrambe le direzioni. Tutta la famiglia rimase in attesa guardando, fino a che il padre tornò sbuffando, contrariato.
“Non sono ancora arrivati?” chiese la madre speranzosa.
Lui scosse la testa.
“Non so dove possano essere,” disse il padre.
Poi si voltò verso Steffen, arrabbiato e rosso in volto.
“Esci dalla porta,” gli abbaiò contro. “Stiamo aspettando una persona molto importante e tu blocchi l’ingresso. Vuoi rovinare tutto, vero? Come hai sempre fatto. Che tempismo hai a farti vedere in momenti come questi. Il comandante della regina in persona sarà qui a momenti per distribuire rifornimenti e scorte al villaggio. Questo è il nostro momento per fare richiesta. E guardati,” lo schernì il padre, “tu te ne stai lì a bloccare il passaggio. Se ti vede passerà oltre la nostra casa. Penserà che siamo una casa di fricchettoni.”
I fratelli e le sorelle si misero a ridere.
“Una casa di fricchettoni!” ripeté uno di loro.
Steffen rimase fermo lì, diventando rosso in volto lui stesso, fissando suo padre che lo guardava accigliato.
Steffen, troppo sconvolto per rispondere, si voltò lentamente, scosse la testa e uscì dalla porta.
Andò in mezzo alla strada e fece cenno ai suoi uomini.
Improvvisamente decine di splendenti carrozze reali apparvero attraversando di corsa il villaggio.
“Stanno arrivando!” gridò il padre di Steffen.
Tutti i famigliari uscirono di corsa, passando oltre Steffen e mettendosi allineati a guardare i carri e la guardia reale.
Tutti i soldati si voltarono a guardare Steffen.
“Mio signore,” disse uno di loro, “dobbiamo distribuire qui o andiamo avanti?”
Steffen rimase fermo, le mani sui fianchi, guardando la propria famiglia.
Tutti insieme quelli si voltarono, scioccati oltre misura, e lo fissarono. Continuavano a spostare lo sguardo da Steffen alla guardia reale, completamente stupefatti, incapaci di comprendere ciò a cui stavano assistendo.
Steffen camminò lentamente, montò in sella al suo cavallo reale e si accomodò tra gli altri, seduto sulla sua sella d’oro e d’argento, guardando da lì la sua famiglia.
“Mio signore?” ripeté suo padre. “È uno scherzo di cattivo gusto o cosa? Tu? Il comandante reale?”
Steffen rimase semplicemente seduto, guardando suo padre e scuotendo la testa.
“È così, padre,” rispose. “Sono il comandante reale.”
“Non può essere,” disse il padre. “Non può essere. Come può accadere che una bestia venga scelta per la guardia della regina?”
Improvvisamente due guardiani reali smontarono da cavallo, sguainarono le spade e corsero verso l’uomo. Gli tennero le punte delle spade alla gola, premendo abbastanza forte da fargli sgranare gli occhi per la paura.
“Insultare un uomo della regina è come insultare la regina stessa,” disse uno dei soldati al padre di Steffen.
Poi cadde sulle ginocchia e iniziò a singhiozzare.
Steffen si limitò a scuotere la testa davanti a quella gente bugiarda, disonesta, priva di onore, gente che era stata solo crudele con lui per tutta la vita. Ora che capivano che era diventato qualcuno, volevano qualcosa da lui.
Steffen decise che non meritavano neppure una risposta da lui.
E capì anche un’altra cosa: per tutta la vita aveva tenuto la sua famiglia in palmo di mano. Come se fossero gente grandiosa, perfetta, di successo, come voleva diventare anche lui. Ma ora si rendeva conto che la verità era l’esatto contrario. Tutta la sua infanzia e la sua crescita era stata una grande delusione. Quelle erano solo persone patetiche. Nonostante il suo aspetto fisico, lui era di gran lunga al di sopra di loro. Per la prima volta se ne rendeva conto.
Abbassò lo sguardo su suo padre e per un momento una parte di lui desiderò di fargli del male. Ma un’altra parte di lui si rese conto di una cosa: quelli non meritavano neppure la sua vendetta. Avrebbero dovuto essere qualcuno per meritarsela. E non erano nessuno.
Steffen si voltò verso i suoi uomini.
“Penso che questo villaggio se la possa cavare da solo,” disse.
Spronò il cavallo e sollevando una grossa nuvola di polvere si allontanarono dalla cittadina. Steffen era determinato a non fare più ritorno in quel luogo.
CAPITOLO OTTO
I servitori spalancarono le antiche porte di quercia e Reece scappò al riparo dal tempo che imperversava, completamente fradicio per il vento e la pioggia che si stavano abbattendo sulle Isole Superiori, trovando rifugio nel forte di Srog. Provò un istantaneo sollievo al trovarsi all’asciutto quando le porte si richiusero dietro di lui. Si asciugò l’acqua dai capelli e dalla faccia e sollevando lo sguardo vide Srog che accorreva ad accoglierlo con un abbraccio.
Reece lo strinse: aveva sempre provato affetto per quel grandioso capo e guerriero, l’uomo che aveva guidato Silesia così bene e che era stato leale a suo padre, poi ancora più leale nei confronti di sua sorella. Vedendo Srog con la barba ruvida, le spalle ampie e il suo sorriso amichevole, gli tornarono alla mente ricordi di suo padre e della vecchia guardia.
Srog si raddrizzò e gli diede un colpo alla spalla con una mano nerboruta.
“Assomigli a tuo padre sempre di più man mano che cresci,” gli disse con affetto.
Reece sorrise.
“Spero sia una cosa buona.”
“Certo che lo è,” rispose Srog. “Non c’era uomo migliore. Avrei attraversato le fiamme per lui.”
Srog si voltò e condusse Reece attraverso il corridoio, mentre tutti si suoi uomini li seguivano a breve distanza lungo il forte.
“Tu sei un volto assolutamente benvenuto in questo posto miserabile,” disse Srog. “Sono grato che tua sorella ti abbia mandato qui.”
“Pare che abbia scelto un brutto giorno per venire in visita,” disse Reece mentre passavano accanto a una finestra aperta che lasciava entrare la pioggia.
Srog fece un sorrisetto.
“Ogni giorno è un brutto giorno qui,” rispose. “Ma può anche cambiare all’improvviso. Dicono che le Isole Superiori possano dare mostra delle quattro stagioni in un giorno solo, e mi sono reso conto che è vero.”
Reece guardò all’esterno, un cortile vuoto, popolato da una manciata di antichi edifici di pietra, talmente vecchi che sembravano mescolarsi con la pioggia. C’erano poche persone là fuori e tutte tenevano la testa bassa contro il vento, correndo da una parte all’altra. Quell’isola sembrava essere un posto solitario e desolato.
“Dov’è tutta la gente?” chiese Reece.
Srog sospirò.
“Gli abitanti se ne stanno dentro. Si chiudono in se stessi. Sono sparpagliati. Questo posto non è come Silesia o come la Corte del Re. Qui vivono in tutta l’isola. Non si aggregano in città. Sono un popolo strano e solitario. Cocciuti e duri, come il tempo.”
Srog condusse Reece lungo un corridoio e entrambi svoltarono a un angolo entrando nella sala grande.
Nella stanza sedevano una decina di uomini di Srog, soldati con indosso stivali e armatura, mestamente seduti attorno a un tavolo vicino al fuoco. Vicino al caminetto dormivano dei cani e gli uomini mangiavano grossi pezzi di carne gettandone i resti agli animali. Sollevarono lo sguardo su Reece e sbuffarono.
Srog condusse Reece al fuco. Reece si strofinò le mani davanti alle fiamme, grato per quel calore.
“So che non hai molto tempo prima che la tua nave parta,” disse Srog. “Ma volevo almeno farti ripartire dopo esserti scaldato e con degli abiti asciutti.”
Un servitore si avvicinò e porse a Reece degli abiti asciutti e maglia metallica esattamente della sua taglia. Reece guardò Srog con sorpresa e gratitudine, togliendosi gli indumenti bagnati per sostituirli con quelli.
Srog sorrise. “Trattiamo bene i nostri, qui,” disse. “Ho immaginato che ne avessi bisogno, dato il posto.”
“Grazie,” disse Reece, sentendosi già più caldo. “Non ne ho mai avuto più bisogno.” Aveva temuto di dover fare il viaggio di ritorno con gli abiti fradici e questo era proprio quello di cui aveva bisogno.
Srog iniziò a parlare di politica – un lungo monologo – e Reece annuì educatamente, fingendo di ascoltare. Ma sotto sotto era distratto. Era ancora sopraffatto dal pensiero di Stara e non riusciva a levarsela dalla testa. Non riusciva a smettere di pensare al loro incontro e ogni volta che pensava a lei il cuore gli si gonfiava per l’emozione.
Non riusciva neppure a smettere di pensare, con timore, al campito che lo attendeva in terraferma: parlare con Selese – e con tutti gli altri – dell’annullamento del matrimonio. Non voleva farle del male. Ma non vedeva neppure quale altra scelta ci fosse.
“Reece?” ripeté Srog.
Reece sbatté le palpebre e lo guardò.
“Scusami,” rispose. “Cosa stavi dicendo?”
“Ho detto che immagino che tua sorella abbia ricevuto le mie comunicazioni,” ripeté Srog.
Reece annuì, cercando di concentrarsi.
“Sicuramente,” rispose. “È per questo che mi ha mandato qui. Mi ha chiesto di confrontarmi con te e sentire di prima persona cosa stia accadendo.”
Srog sospirò fissando le fiamme.
“Sono qui da sei lune ormai,” disse. “E ti posso assicurare che gli abitanti di queste isole non sono come noi. Sono MacGil solo di nome. Gli mancano le qualità di tuo padre. Non solo sono testardi, ma non ci si può neanche fidare di loro. Quotidianamente sabotano le navi della regina. Anzi, farei meglio a dire che sabotano ogni cosa qui. Non ci vogliono in questo posto. Non vogliono nessuna parte della terraferma, a meno che non la invadano, ovviamente. Ho concluso che vivere in armonia non fa per loro e basta.”
Srog sospirò.
“Sprechiamo il nostro tempo qui. Tua sorella dovrebbe ritirarsi. Lasciarli al loro destino.”
Reece annuì, ascoltando e strofinandosi la testa davanti al fuoco. Improvvisamente il sole fece capolino tra le nuvole e il tempo cupo e piovoso mutò in una giornata estiva chiara e lucente. Risuonò un corno in lontananza.
“La tua nave!” gridò Srog. “Dobbiamo andare. Devi salpare prima che il tempo cambi di nuovo. Verrò a salutarti.”
Srog condusse Reece attraverso una porta laterale del forte e Reece rimase stupito quando dovette strizzare gli occhi per la luce del sole. Era come se si fosse fatta estate di nuovo.
Reece e Srog camminarono velocemente, fianco a fianco, seguiti da diversi uomini di Srog, con i sassi che scricchiolavano sotto i loro stivali mentre attraversavano le colline e si facevano strada tra i tortuosi sentieri, diretti verso la lontana costa più un basso. Passarono oltre massi grigi e colline punteggiate di rocce, dirupi ricoperti di capre che masticavano erba. Avvicinandosi alla costa si sentivano le campane che battevano vicino all’acqua per avvisare le navi della nebbia che si era levata.
“Vedo in prima persona le condizioni di cui mi stai parlando,” disse alla fine Reece mentre camminavano. “Non sono facili. Hai tenuto le cose insieme ben più a lungo di quanto chiunque altro avrebbe fatto, ne sono certo. Hai fatto un bel lavoro qui. Lo riporterò alla regina.”
Srog annuì soddisfatto.
“Apprezzo quello che dici,” gli disse.
“Da cosa nasce il malcontento di questa gente?” chiese Reece. “Dopotutto sono liberi. Non intendiamo fare loro alcun male, anzi, gli forniamo protezione e risorse.”
Srog scosse la testa.
“Non si calmeranno fino a che Tiro non sarà libero. Reputano che sia una vergogna personale che il loro capo sia imprigionato.”
“E invece sono fortunati che sia detenuto e non sia stato giustiziato per i suoi tradimenti.”
Srog annuì.
“Vero. Ma questa gente non lo capisce.”
“E se lo liberassimo?” chiese Reece. “Questo stabilirebbe la pace?”
Srog scosse la testa.
“Ne dubito. Credo che prenderebbero solo forza per qualche altro malcontento.”
“E allora cosa bisogna fare?” chiese Reece.
Srog sospirò.
“Andarsene da questo posto,” disse. “E il più in fretta possibile anche. Non mi piace quello che vedo qui. Ho la sensazione che stia per scoppiare una rivolta.”
“Eppure li superiamo in quanto a quantità di uomini e navi.”
Srog scosse la testa.
“È tutta una mera illusione,” disse. “Sono ben organizzati. Noi siamo nel loro territorio. Hanno un milione di modi subdoli per sabotare senza che noi possiamo prevederlo. Qui ci troviamo in un covo di serpi.”
“Però Mati non è così,” disse Reece.
“Vero,” rispose Srog. “Ma è l’unico.”
Ce n’è un altro, pensò Reece. Stara. Ma si tenne il pensiero per sé. A sentire tutti quei discorsi gli veniva voglia di salvare Stara, portarla via da quel posto il prima possibile. Giurò che l’avrebbe fatto. Ma prima aveva bisogno di partire e sistemare le cose a casa. Poi sarebbe tornato a prenderla.
Mentre camminavano sulla sabbia, Reece sollevò lo sguardo e vide la nave davanti a sé, con i suoi uomini in attesa.
Si fermò davanti ad essa e Srog si voltò verso di lui stringendogli calorosamente le spalle.
“Parlerò di tutto questo con Gwendolyn,” disse Reece. “Le dirò delle tue preoccupazioni. Ma so che è determinata con queste isole. Le vede come parte di una grandiosa strategia per l’Anello. Per ora, almeno, cerca di mantenere l’armonia qui. A qualsiasi costo. Di cosa hai bisogno? Più navi? Più uomini?”
Srog scosse la testa.
“Tutti gli uomini e le navi del mondo non potrebbero cambiare le Isole Superiori e i loro abitanti. L’unica cosa utile è la punta della spada.”
Reece lo guardò sorpreso.
“Gwendolyn non farebbe mai uccidere degli innocenti,” disse.
“Lo so,” rispose Srog. “È per questo che temo che molti dei nostri uomini moriranno.”
CAPITOLO NOVE
Stara si trovava su un bastione del forte di sua madre, una fortezza di pianta quadrata antica quanto l’isola, il luogo dove viveva da quando sua madre era morta. Camminò fino al parapetto, felice che il sole avesse finalmente fatto capolino in quella giornata incredibile, e scrutò l’orizzonte che era inusualmente limpido, osservando la nave di Reece che salpava in lontananza. Vide che la barca si staccava dalla flotta e la seguì fino a quando poté vederla mentre ogni onda la portava sempre più lontano da lei.
Avrebbe potuto osservare la nave di Reece per tutto il giorno, sapendo che lui si trovava a bordo. Non riusciva a sopportare l’immagine di lui che se ne andava. Le pareva che una parte del proprio cuore, una parte di lei stessa, stesse lasciando l’isola.
Finalmente, dopo tutti quegli anni in quell’isola lontana, orribile e solitaria, Stara si era sentita pervadere dalla gioia. Il suo incontro con Reece l’aveva fatta sentire nuovamente viva. Aveva riempito il vuoto dentro di lei che in tutti quegli anni, senza che se ne rendesse conto, la stava consumando. Ora che sapeva che Reece avrebbe annullato le nozze e che sarebbe tornato da lei; che loro due si sarebbero sposati e sarebbero finalmente stati insieme per sempre, Stara sentiva che le cose sarebbero andate nel verso giusto in tutto e per tutto. Tutta la miseria che aveva dovuto sopportare in quegli anni sarebbe almeno valsa a qualcosa.
Ovviamente, doveva ammetterlo, c’era una piccola parte di lei che provava pena per Selese. Stara non avrebbe mai voluto ferire i sentimenti di nessun altro. eppure, contemporaneamente, sentiva anche che c’era in ballo la sua stessa vita, il suo futuro, suo marito. Sentiva insomma che ciò che stavano facendo era giusto. Dopotutto lei conosceva Reece da una vita, fin da quando erano bambini. Era stata lei il primo e unico amore di Reece. Quella nuova ragazza – Selese – lo conosceva appena e solo da poco tempo: non poteva scuramente saperne di lui tanto bene quanto lei.
Stara si immaginava che Selese alla fine avrebbe superato quel momento e avrebbe trovato qualcun altro. Lei invece, se l’avesse perso, non si sarebbe mai ripresa. Reece era la sua vita. Il suo destino. Era destinati per stare insieme, da sempre. Reece era il suo uomo e, per come vedeva le cose, Selese glielo stava portando via. Non era il contrario: Stara si stava solo riprendendo ciò che le apparteneva di diritto.
Comunque Stara non avrebbe preso una decisione diversa neppure se ci avesse provato. Qualsiasi cosa la sua mente razionale le dicesse essere giusto o sbagliato, lei non era in grado di ascoltare. Per tutta la sua vita tutti attorno a lei – e la sua stessa mente razionale – le avevano sempre detto che una relazione tra cugini era una cosa sbagliata. Ma neanche allora era riuscita ad ascoltarli. Lei amava ed adorava Reece con tutta se stessa. Era sempre stato così. E nessuno avrebbe mai potuto dirle o fare in modo di far cambiare le cose. Lei doveva stare con lui. Non c’erano altre opzioni possibili nella sua vita.
Mentre stava lì a guardare, osservando la nave di Reece che si faceva sempre più piccola all’orizzonte, udì improvvisamente dei passi. C’era qualcun altro in cima al forte e, voltandosi, vide suo fratello Mati che le si avvicinava velocemente. Era contenta di vederlo, come sempre. Stara e Mati erano migliori amici praticamente da sempre. Erano stati messi da parte dal resto della loro famiglia, dal resto degli abitanti delle Isole Superiori. Disprezzavano entrambi i loro fratelli e loro padre. Stara pensava che lei e Mati fossero più raffinati, più nobili rispetto agli altri; vedeva gli altri membri della famiglia come sleali e inaffidabili. Era come se lei e Mati costituissero una piccola famiglia a parte in mezzo al resto dei loro parenti.
Stara e Mati vivevano entrambi lì, nel forte di loro madre, su piani diversi, separati dagli altri che invece alloggiavano nel castello di Tiro. Ora che loro padre era in prigione la famiglia era divisa. Gli altri due fratelli, Karo e Fale, li biasimavano. Lei poteva sempre fidarsi di Mati, che sarebbe sempre stato dalla sua parte e anche lei era sempre disponibile per lui.
Parlavano spesso e a lungo della possibilità di lasciare le Isole Superiori e spostarsi in terraferma, riunendosi agli altri MacGil. E ora, finalmente, tutte quelle conversazioni stavano prendendo la piega che pareva portare alla realizzazione di quel progetto, soprattutto dopo tutti i sabotaggi che gli abitanti delle isole avevano apportato alle navi di Gwendolyn. Stara non sopportava più l’idea di vivere lì.
“Fratello mio,” gli disse con umore felice.
Ma l’espressione di Mati era stranamente cupa e lei intuì subito che qualcosa lo angustiava.
“Cosa c’è?” gli chiese. “Cosa c’è che non va?”
Lui scosse la testa guardandola con disapprovazione.
“Penso che tu sappia cosa c’è che non va, sorella mia,” le disse. “Nostro cugino. Reece. Cos’è successo fra voi due?”
Stara arrossì e si voltò dando le spalle a Mati, rivolgendo lo sguardo all’oceano. Sperava di poter vedere la nave di Reece all’orizzonte, ma era già sparita. Le montò dentro la rabbia: aveva mancato l’occasione di dargli un’ultima occhiata.
“Non sono affari tuoi,” disse con tono secco.
Mati aveva sempre disapprovato la sua relazione con il cugino e lei ne aveva abbastanza. Era l’unico punto di contesa tra loro e rischiava di allontanarli. A lei non interessava cosa pensassero Mati o chiunque altro. Non erano per niente affari loro, per quanto le riguardava.
“Sai benissimo che deve sposarsi, o no?” le chiese Mati con tono accusatorio, avvicinandosi a lei.
Stara scosse la testa, come a voler scrollare dalla mente quell’orribile pensiero.
“Non la sposerà,” rispose.
Mati sembrava sorpreso.
“E come fai a saperlo?” insistette.
Lei si voltò verso di lui, determinata.
“Me l’ha detto. E Reece non dice bugie.”
Mati la guardò scioccato. Poi la sua espressione si incupì.
“Gli hai fatto cambiare idea, quindi?”
Lei lo guardò con atteggiamento di sfida, ora lei stessa arrabbiata.
“Non ho avuto bisogno di convincerlo a fare nulla,” gli disse. “Era ciò che voleva lui stesso. L’ha scelto lui. Mi ama. Da sempre. E anche io lo amo.”
Mati si accigliò.
“E quindi ti sta bene spezzare il cuore di una ragazza? Chiunque lei sia?”
Stara era furiosa e non voleva starlo a sentire.
“Reece ama me molto più di quanto ami questa nuova arrivata.”
Mati non aveva intenzione di cedere.
“E cosa mi dici di tutti i piani attentamente predisposti dal regno? Ti rendi conto che non si parla semplicemente di un matrimonio. È un teatro politico. Uno spettacolo per il popolo. Gwendolyn è regina e sarà anche il suo matrimonio. Tutto il regno e le terre lontane saranno lì a guardare. Cosa accadrà quando Reece cancellerà le sue nozze? Pensi che la regina prenderà la cosa alla leggera? E lo stesso faranno tutti i MacGil? Getterai lo scompiglio sull’intero Anello. Li lancerai tutti contro di noi. Le tue passioni valgono tanto?”
Stara fissò Mati con freddezza e durezza.
“Il nostro amore è più forte di ogni spettacolo. Di ogni regno. Non potrai mai capire. Non hai mai provato un amore come il nostro.”
Ora fu Mati ad arrossire. Scosse la testa, chiaramente furioso.
“Stai facendo l’errore peggiore della tua vita,” le disse. “E di quella di Reece. E porterai giù tutti insieme a te. La tua è una decisione egoista, infantile e sciocca. Il tuo amore immaturo dovrebbe restare relegato tra i ricordi del passato.”
Mati sospirò esasperato.
“Scriverai una lettera e la manderai a Reece con il prossimo falco. Gli dirai che hai cambiato idea. Gli dirai di sposare quella ragazza. Chiunque ella sia.”
Stara si sentiva pervadere dall’odio per suo fratello, un odio mai provato prima.
“Parli a vanvera,” gli disse. “Non fare finta di darmi consigli. Non sei mio padre. Sei mio fratello. Parlami di nuovo in questo modo e non ti rivolgerò mai più la parola.”
Mati la fissò, chiaramente sbalordito. Stara non gli aveva mai parlato con quel tono prima d’ora. Ed era sincera. I suoi sentimenti per Reece erano molto più radicati di quelli per suo fratello. Molto più forti e profondi di quanto pensasse.
Mati, scioccato e ferito, alla fine si voltò e se ne andò in fretta e furia.
Stara tornò a guardare il mare, sperando di vedere anche solo un segno della nave di Reece. Ma sapeva che ormai da tempo se n’era andata.
Reece, pensò. Ti amo. Vai avanti dritto. Qualunque ostacolo tu debba affrontare, vai avanti dritto. Sii forte. Annulla le nozze. Fallo per me. Per noi.
Chiuse gli occhi e serrò i pugni, implorando e pregando ogni dio lei conoscesse perché Reece avesse la forza di portare a termine il loro progetto. Di tornare da lei. Così che entrambi potessero stare insieme per tutta la vita.
Non le interessava cosa ciò avrebbe comportato.
CAPITOLO DIECI
Karo e Fale, i due figli di Tiro, scesero velocemente la scala a chiocciola che li portava sempre più in basso, verso le prigioni dove era detenuto loro padre. Odiavano l’oltraggio di dover scendere in quel luogo per vedere il loro genitore, un grande guerriero che era stato legittimo sovrano delle Isole Superiori. E tacitamente avevano giurato vendetta.
Eppure questa volta portavano delle notizie, novità che avrebbero potuto cambiare ogni cosa. Notizie che finalmente davano loro uno spiraglio di speranza.
Karo e Fale giunsero di fronte ai soldati che stavano di guardia all’ingresso della prigione, uomini che sapevano essere leali alla regina. Si fermarono di colpo, arrossendo, odiando doversi sottoporre all’umiliazione di dover chiedere il permesso per vedere loro padre.
Gli uomini di Gwendolyn li osservarono attentamente, come fossero combattuti sul da farsi. Poi si guardarono acconsentendo e fecero un passo avanti.
“Braccia in fuori,” ordinarono a Karo e Fale.
I due fratelli obbedirono, stizziti mentre i soldati toglievano loro le armi.
Poi aprirono lentamente i cancelli di ferro e li lasciarono entrare, chiudendoli di nuovo alle loro spalle e dando un giro di chiave.
Karo e Fale sapevano di avere poco tempo: era loro concesso di visitare il padre solo per pochi minuti e così avevano fatto – una volta alla settimana – da quando era stato incarcerato. Dopo pochi minuti gli uomini di Gwendolyn avrebbero ordinato loro di andarsene.
Percorsero il lungo corridoio delle segrete fino alla fine: tutte le celle erano vuote e loro padre era l’unico prigioniero in quell’antico carcere. Alla fine raggiunsero l’ultima cella sulla sinistra, appena illuminata da una torcia baluginante appesa al muro. Si voltarono verso le sbarre e scrutarono all’interno, cercando di vedere loro padre.





