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«Ah, sì? E perché mai mi avrebbe mandato a cercarti, allora?»
Terry abbassò gli occhi. Non certo per vergogna, ma perché era un’attrice determinata.
«Perché le ho preso una cosa che lei rivuole a tutti i costi. Una cosa che vale molti, moltissimi soldi, almeno cinquecentomila dollari. Ma per lei vale molto di più: è l'ultimo regalo che le ha fatto mio padre prima di morire. Farebbe qualsiasi cosa per riaverla. E una volta che l'avrà riavuta, la mia punizione per averla presa sarà tremenda.»
Jack sapeva bene che la Ramone era terrificante, ma i conti non tornavano. «Vuoi farmi credere che ti ucciderebbe per una cosa del genere? Se comunque sua figlia, o no?»
«Tu non conosci mia madre. Se mi avrà tra le sua mani, la morte non sarà una punizione, ma un sollievo» disse, scoppiando a piangere di nuovo.
Jack era impressionato dalla capacità di mentire della ragazza; doveva ammettere, anche se solo con se stesso, che se non avesse sentito con le sue orecchie la telefonata di poche ore prima, le avrebbe creduto senza esitazioni. Ma aveva sentito tutto, ed ora aveva la mano vincente, era arrivato il momento di vedere le carte dell’avversario.
«Ok.» disse «Quindi la mammina è molto, molto cattiva. Cosa dovrei farci, io?»
«Aiutami ad ucciderla» disse la ragazza, con un un lampo negli occhi «tu ti tieni la collana, io mi becco l'eredità. Poi, finché ti va, andremo a spassarcela insieme in un posto lontano, dove nessuno potrà trovarci.»
Ogni traccia di ammirazione per le doti attoriali di Terry svanì, lasciando Jack agghiacciato dalla freddezza della ragazza. Questa volta non stava recitando. Lui non brillava certamente per la sua lealtà o per il suo senso dell'onore. L'idea di tradire un cliente non gli faceva né caldo né freddo: inoltre, non solo la Ramone era una pazza potenzialmente omicida ma il solo fatto di aver cresciuto un mostro del genere la rendeva, ai suoi occhi, meritevole di essere uccisa dalla sua stessa prole.
«E come pensi di fare?» le chiese, non più per testare la ragazza ma perché a questo punto non aveva più idea di come procedere. Era un incapace, forse, ma non un assassino. E Terry, evidentemente, aveva già elaborato un piano.
«Stasera, quando incontreremo mia madre, le dirai che ti ho parlato della collana e che te l’ho data, per convincerti a lasciarmi andare. Le dirai che sei un professionista serio, che hai preferito rispettare il contratto con lei e che la collana è in cassaforte qui nella suite. Mia madre viaggia sempre in incognito, ha paura di essere seguita; vedrai che quando saremo qui a Venezia, sarà presa dalla sua solita paranoia e non vorrà farsi vedere da nessuno in albergo. Preferirà starsene in un angolo buio ad aspettare. Tu entrerai al Gritti con la scusa di andare a prendere la collana, lasciandoci sole. A farla fuori penso io.» Tanto cinismo in una che era poco più di una ragazzina lo sconvolse. Allo stesso tempo gli piacque da morire. Il contrasto di emozioni lo stava sopraffacendo. Non dovette pensarci su a lungo, non più di tre secondi, prima di dirsi d’accordo. Accordo che fu sancito con un’altra seduta di analisi sull'esempio di quella notturna appena passata. Quando ci si diverte sul serio, il tempo passa in fretta, e Jack fu costretto ad interrompere i giochi fin troppo presto. Chiamò la reception dell’albergo e fece prenotare un motoscafo per farsi portare a Piazzale Roma, e che all’arrivo ci fosse la solita limousine ad attenderlo.
Nella hall del Gritti, il concierge era intento a parlare con un gruppetto di addetti alle pulizie: si mormorava della sparizione inspiegabile di uno dei camerieri, un dipendete di assoluta fiducia.
Jack e Terry uscirono senza dare troppo nell’occhio. Raggiunsero la meta giusto in tempo per vedere la Ramone che, come un fiume in piena, scendeva dal suo jet privato. Le andarono incontro e, tra gli sguardi stupefatti e divertiti di alcuni degli addetti alla pista, avvenne l’incontro tra la grassona e la sua adorata figlia. Piangevano entrambe, tanto che persino Jack fu quasi commosso da tanta ipocrisia.
Terry si esibì in una performance da premio Oscar; tra lacrime di pentimento, chiese perdono alla madre, confessò di aver rubato la collana e si disse pentita per tutto ciò che aveva fatto. Krista, che evidentemente conosceva bene la figlia, chiese conferma a Jack, che subito le propinò la storia concordata: le spiegò che la figlia non era affatto pentita, che aveva tentato di corromperlo ma che lui, non avendo abboccato, aveva messo la collana al sicuro nella cassaforte della suite. La grassona fu presa da frenesia, e pretese di andare subito a Venezia per recuperare il suo tesoro. Senza perdere tempo partirono alla volta del Gritti Palace, dove arrivarono in città a mezzanotte; Venezia era buia, afflitta dai miasmi della laguna. Come previsto, la Ramone esitò: colta dalla paranoia, non volle neanche avvicinarsi all'albergo, ma restò nell'ombra di una calle con Terry mentre Jack entrò in albergo per prendere la collana.
Nell’entrare nella hall dell'albergo fu colto da un brivido: mentre lui se ne stava in disparte, tentando di non farsi notare, lì fuori Terry stava uccidendo sua madre. Attese qualche minuto, cercando di scrollarsi di dosso quell’orribile sensazione, poi uscì e raggiunse la calle, convinto di trovare la grassona già morta.
Il quadro che si trovò davanti era completamente diverso da come se l'aspettava: Terry puntava una pistola con il silenziatore sulla madre, ma non aveva sparato. La mano le tremava visibilmente. Krista le parlava a bassa voce, con un tono stranamente dolce; ad ogni sua parola la determinazione della figlia diminuiva visibilmente. Prima che Jack potesse impedirlo, Terry, si arrese, ed abbassò l'arma. Il piano stava andando a puttane, o quelle due stavano cercando di fregarlo?
Krista, a quel punto, commise un errore: non soddisfatta della sua vittoria, decise di voler stravincere, ed invece di levare l'arma di mano alla ragazza, si abbandonò ad una risata oscena, dicendo ad alta voce «lo sapevo, sei una puttanella senza palle, proprio come quel coglione di tuo pad…»
Non riuscì a finire: una proiettile, silenzioso in maniera stupefacente, le attraversò la testa. La grassona cadde all’indietro finendo in un canale, con un'espressione stupefatta sul volto; Jack fu certo che non avesse avuto paura neanche per un attimo. Terry, che evidentemente non era dura come voleva sembrare, guardò imbambolata la pistola fumante, e poi iniziò ad ondeggiare, come se stesse per cadere. Jack si riebbe dallo shock, e l'afferrò appena in tempo. Le tolse i guanti, li usò per prendere e metterle in tasca la pistola che era caduta a terra, e poi, aiutandola a camminare sostenendola per le spalle, la portò in albergo. Il portiere notturno, evidentemente ben addestrato, finse di non vederli passare mentre si dirigevano agli ascensori camminando come i reduci di una festa troppo alcolica.
Saliti nella suite, Jack fece sdraiare sul letto la ragazza che ancora non si era ripresa dallo shock; come aveva previsto, nell'armadietto del bagno trovò varie boccette di pillole di tutti i tipi: per dormire, per svegliarsi, per dimagrire e così via. Valutando che sarebbero bastate per garantire a Terry un bel sonno di almeno dodici ore, prese quattro pillole di sonnifero e gliele fece trangugiare, con l’aiuto di un bicchiere d’acqua. Appena fu sicuro che la ragazza dormiva, le mise la pistola nella mano destra, premendole bene le dita sull’arma perché vi restassero le impronte digitali. Poi lasciò cadere la pistola sul pavimento accanto al letto e si diresse alla cassaforte: si trattava di un vecchio modello degli anni '60 dotato di una semplice serratura a chiave. Tirò fuori il suo fidato set di grimaldelli e, grazie all'esperienza derivante dall'adolescenza passata a rubacchiare auto a Hell's Kitchen ed alle prove che aveva fatto il giorno prima su quella identica presente nella sua suite, la aprì in meno di cinque minuti. Come previsto, dentro c'era un astuccio dall'aria costosa con su scritto Cartier. Jack l'aprì: non che ne capisse molto di gioielli, ma la dimensione delle pietre incastonate gli fece pensare che quella collana potesse davvero valere tre milioni di dollari (altro che i cinquecentomila Euro che Terry aveva cercato di fargli credere valesse). Insieme alla collana, trovò il bigliettino da visita di un gioielliere di Milano. Dietro il bigliettino, era scritto a mano “i gatti sono distratti dalla luce negli occhi”. Jack mise il biglietto in tasca, ritornò nella sua suite, mise l'astuccio con la collana nella sua borsa e, verificato di non aver lasciato nessuna traccia, lasciò l'albergo.
Questa volta utilizzò un banale taxi d’acqua per arrivare alla stazione di Santa Lucia, da dove poi prese un treno interregionale per Milano e, per finire, un autobus che dalla stazione lo portò alla gioielleria indicata sul biglietto trovato nella cassaforte. Arrivò proprio mentre questa apriva i battenti.
Jack entrò, si avvicinò al tizio elegante dietro il bancone, e gli ripeté la frase scritta dietro il biglietto. Il gioielliere lo squadrò, sollevando un sopracciglio, e poi, senza dire una parola, gli fece cenno di seguirlo attraverso una porticina sul retro del negozio. Chiusa la porta, indossò un monocolo e disse in perfetto inglese: «bene, vediamo cosa mi porta.»
Jack tirò fuori l'astuccio dalla giacca e lo aprì sull'unico tavolo della stanzetta. Il gioielliere prese la collana, la esaminò per poco più di un minuto, e poi la ripose nell'astuccio. Poi aprì un cassetto e tirò fuori alcune mazzette di dollari americani. «Bene», disse soddisfatto «è proprio quello che aspettavo. Ecco trecentomila dollari. Grazie di tutto.»
Jack non aveva mai visto tanti soldi tutti insieme; ma non li toccò. «Amico» disse con aria arrogante «vuoi forse fregarmi? Questo coccio vale almeno tre milioni di dollari! Lo so io e lo sai tu.»
Il gioielliere sollevò di nuovo il sopracciglio. «Veramente, ne vale almeno cinque. Oggi aspettavo una persona che non è lei, e con quella persona avevo concordato il prezzo di tre milioni di dollari. Ma lei non è quella persona, ed a lei offro questi trecentomila dollari. Se non le bastano, porti pure via la collana. Ma le consiglio di stare molto attento a girare con questo ninnolo, soprattutto se deve prendere un aereo.»
Jack ci pensò su un attimo, ma questa volta fu il suo solito carattere a trionfare. «Ma che cazzo!» disse con un mezzo sorriso. «Meglio pochi, maledetti e subito, non è vero amico?»
Fregandosene dell'espressione quasi disgustata del gioielliere, prese le mazzette, le mise in tasca, e uscì dalla gioielleria con una straordinaria sensazione di libertà. Corse all'aeroporto per imbarcarsi sul primo volo disponibile per New York. Nell'attesa di imbarcarsi, diede un'occhiata alle ultime notizie che scorrevano sotto la pancia del giornalista di un canale all news in inglese trasmesso da uno dei televisori della sala d'imbarco. Lo colpì la notizia del ritrovamento del cadavere di una donna sconosciuta in un canale di Venezia; il caso pareva fosse già stato risolto con il fermo di una ragazza americana che dormiva nella suite di un noto albergo con accanto quella che sembrava l'arma del delitto.
Sprofondato nella comoda poltrona di prima classe, con un single malt invecchiato accanto a sé, Jack si addormentò pensando a come quei trecentomila gli avrebbero permesso di saldare i vecchi debiti, di portare fuori a cena la sua bionda e di avviare finalmente la sua agenzia di investigazioni; sorrise, dormendo il sonno dei giusti.
La Stries
di Deanna Morlupi
Il maresciallo Pino De Carolis finì con rammarico l’ultimo pezzetto di strudel.
«Squisito. Quindi, che lei sappia, i ragazzi non avevano nemici in Valle?»
Giovanni Soraperra prese il piattino e lo lavò. Sembrava stizzito. Che fosse infastidito da quelle domande? O voleva semplicemente chiudere il ristorante e andarsene a casa? Il ristoratore lanciò un’occhiata a suo suocero, un vecchio che sembrava il nonno di Heidi, che se ne stava seduto a un tavolo con una bottiglia di grappa, muto, poi rispose di malavoglia.
«Ma no. Erano ragazzi. Vivaci sì, come tutti alla loro età, ma a me non mi hanno mai dato problemi. Ci venivano spesso la sera, qui. In Valle non ci sono tanti passatempi, soprattutto in bassa stagione.»Ma va? De Carolis, da quando era stato trasferito in Val di Fassa quattro mesi prima, aveva pensato un giorno sì e uno no di morire di noia. Quando gli avevano comunicato che quella valle sperduta nelle Dolomiti di cui nemmeno conosceva l’esistenza sarebbe stata la sua prossima sede si era sentito come un condannato al 41bis. Cercò di tralasciare la sua personale amarezza e si riconcentrò sulle parole del montanaro. «In estate o in inverno, sapevano bene come divertirsi loro, erano sempre con qualche turista. Erano dei cecchini, non ne mancavano una!» rise compiaciuto «Beati loro, beata gioventù.» «Già.»
Il maresciallo gli fece un sorriso secco, molto simile a una smorfia. Lui nemmeno a vent’anni aveva potuto permettersi di cambiare una donna dopo l’altra.
«Però insomma, erano benvoluti in paese che io sappia» concluse con l’ultima passata di spugna al bancone.
«Meh, Soraperra, però qualcuno che non li poteva sopportare ci deve essere, sono morti uno dopo l’altro nel giro di un mese.»
Quello lo guardò infastidito, ma De Carolis intravide qualcos’altro oltre all’irritazione, forse l'essere stato contradetto da un terrone, perché cosa vuoi che ne sappia questo qui della nostra gente e che si facesse i cazzi suoi.
Ti è venuto il dubbio, eh biondo?
«Beh, ma sono stati incidenti... No?»
«Se vogliamo chiamarli così.»
Il maresciallo si godette per un momento lo smarrimento dell’uomo, poi guardandolo con un sorrisetto sollevò il pollice dalla mano destra stretta a pugno e prese a enumerare le morti improbabili di quei ragazzi.
«Uno: Giuseppe Bernard è caduto mentre arrampicava. Chi se ne intende mi ha detto che può capitare anche ai più esperti e vabbè. Due: Danilo Vasselai» proseguì tirando fuori l’indice «andava a funghi da quando era bambino. A me mi sembra un po’ strano che questo si fa fregare così da un’amanita. A lei no?» E senza lasciargli il tempo di rispondere tirò fuori il medio, assaporando la faccia disgustata e incerta di Soraperra. Gli sbruffoni bellocci non li poteva sopportare, lui.
«E tre: Martino Bertacco l’hanno trovato morto nella sua stalla calpestato dalle mucche. I risultati dell’autopsia devono ancora arrivare per carità, ma io di mucche assassine non ne ho mai sentito parlare. Esiste lo squalo assassino, l’orca assassina, ma la mucca assassina non direi. Poi io non sono di montagna e quindi non ci capisco niente, ma mi dica lei se sbaglio.»
Si sentì leggermente in colpa per essersi lasciato andare così. Stare in quel posto lo stava rendendo ancora più stronzo.
Il ristoratore lo interrogò con qualcosa di molto simile alla paura.
«Vuol dire quindi che non sono stati incidenti?»
La gente qua in montagna è sveglia proprio eh. Decise di ricambiare l’osservazione arguta con un sorrisetto. Quello non dovette gradire perché lanciò un urlo a sua figlia che stava spazzando ormai da mezz’ora in fondo al locale. O era lenta da morire o si stava impicciando. «Viviana, non hai ancora finito? Voglio andare casa, io!» Il maresciallo raccolse la giacca appoggiata sulla panca. Per quella sera poteva bastare. Il vecchio tracannò quel che restava del suo bicchiere di grappa. Lo appoggiò sul tavolo, si passò una mano sulla bocca e con lo sguardo fisso nel vuoto parlò a nessuno in particolare. «La stries no perdona.» Eh? Giovanni sbuffò. «Giuliano, è tutta roba da bec.» Il carabiniere lo guardò interrogativo. Se si degnavano di spiegare anche a lui. «Ma niente, mio suocero alla sua età crede ancora alle favole. Peggio di un bambino. Dice che sono state le streghe.» De Carolis fissò i tre per qualche secondo. Si alzò e tirò fuori il portafoglio. «Offre la casa.» Ringraziò e si diresse all’uscita. Passando di fianco alla ragazza si fermò, squadrandola. Era una bella biondina. «E tu? Sai per caso di qualcuno che potesse avercela con loro?» Lei continuò a spazzare. «No. Erano simpatici.» Il maresciallo annuì, uscì nella sera di inizio estate e si incamminò verso casa. Rabbrividì. Era metà giugno ma faceva ancora fresco. Comunque non gli dispiaceva fare due passi cullato dai rumori notturni del bosco e dal gorgoglío del Rio di San Nicolò. E poi in dieci minuti sarebbe arrivato in paese. A quell’ora in giro per Pozza di Fassa non ci sarebbe stata neanche un’anima.Mica come a Locorotondo. Lì alle dieci di sera non avevano nemmeno finito di cenare e si poteva stare nelle piazze a fare due chiacchiere fra vicini, mentre i bambini giocavano chiassosi, correndo come sciamannati per le stradine. Un’immagine gli apparve, non richiesta, davanti agli occhi. Sua figlia Caterina, a dieci anni, che gli correva incontro con le guance arrossate per il piacere e la foga del gioco. Sentì una mano pesante che gli si appoggiava sul cuore, per poi accartocciarglielo e gettarlo via.Inspirò profondamente e buttò fuori l’aria a lungo dalla bocca socchiusa. Non doveva pensarci, si faceva solo del male. Meglio tornare ai Soraperra. Qualcosa non gli tornava in quei tre. Anche senza mettere in mezzo le streghe. Sine, come no, le streghe ci mancavano! Ma davvero il vecchio credeva a queste cose? E davvero credevano alla casualità di quelle morti oppure... La ragazza gli era sembrata strana. Forse era timida, ma non aveva percepito né dispiacere, né simpatia vera per le vittime. Che avesse paura, forse? Possibile che qualcuno ce l’avesse con i giovani di Pozza e li stesse facendo fuori, uno a uno, mascherandoli da incidenti? Doveva smettere di guardare Dario Argento, un serial killer in Val di Fassa non era plausibile. Aveva bisogno di trovare un movente per far aprire ufficialmente un’indagine. Se lo sentiva che quelle non erano state disgrazie.
Entrato dentro al paese, fiancheggiò l’impianto della cabinovia, il lavatoio e imboccò la viuzza che portava a casa sua, quasi al limitare del bosco. In lontananza, una volpe attraversò la strada.
Meh, almeno qualcuno in giro c’è. Sbadigliando, entrò in casa. Domani avrebbe provato a parlare di nuovo con la ragazza.
Al mattino Pino si svegliò con un cattivo sapore in bocca. Aveva sognato male. Delle streghe lo facevano precipitare da una montagna. Irritato, si vestì e andò dal fornaio. Due bei krapfen avrebbero aiutato l’umore. Mentre addentava quello alla crema, imboccò la strada fatta la sera prima, in direzione Val San Nicolò. Sperava di trovare Viviana nei pressi del ristorante.
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Viviana si liberò dalla presa di Franz e si allontanò di qualche passo.
«Non toccarmi mai più.» sibilò.
Sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime e il panico minacciò di prendere il sopravvento. Doveva respirare.
«Hai raccontato a qualcuno di Pian de Stries?» ripeté lui per l’ennesima volta riavvicinandosi a lei, rabbioso. Viviana aveva paura, i ricordi non volevano lasciarla in pace, ma cercò di non indietreggiare più. Lo guardò meglio. Ora anche lui aveva paura.
«Te la fai sotto, vero?» lo pungolò.
Il ragazzo si fece ancora più bianco.
«Sei proprio una troia!»
La prese per il collo. I suoi occhi erano pieni di furia, una furia ottusa e pericolosa.
Oddio, ti prego non un’altra volta. Se anche avesse urlato non l’avrebbe sentita nessuno, suo padre era in paese e suo nonno nel bosco. Tentò il tutto per tutto. «Vuoi fare anche tu la fine degli altri?» Il ragazzo strabuzzò gli occhi e la lasciò di scatto, come se si fosse scottato. «Sei stata tu? Cosa gli hai fatto? Sai qualcosa?» Franz si mise a piagnucolare.
Ora capisci cosa vuol dire avere paura.
Sentirono un rumore. Che suo nonno fosse già tornato?
«Non dire stronzate. Non so niente e non ho fatto niente. E ora vattene.»
Lui si morse il labbro e senza aggiungere altro se ne andò, infilandosi nel bosco. Viviana lasciò andare il fiato. Le gambe le tremavano.
«C’è nessuno?»
La voce del maresciallo. Che ci faceva ancora qui? Lo vide voltare l’angolo del ristorante. Sembrava un folletto, brutto e mingherlino com’era. Viviana si asciugò sui jeans le mani sudate.
«Buongiorno, maresciallo.»
Pino la guardò. Quello che aveva ascoltato non gli era piaciuto per niente, sapeva tanto di movente. Ma una ragazza così giovane, tre omicidi... che bestialità.
«Chi era quello che hai minacciato?»
Viviana deglutì.
«Franz Planchesteiner. Posso spiegarle. Volevo solo che mi lasciasse in pace. Non c’entro niente io con gli omicidi.»
«Quindi secondo te sono stati assassinati?»
«L’ha detto lei ieri» balbettò lei.
«E perché Franz crede che sei stata tu?»
Silenzio.
La signorina va persuasa. «Allora? Vuoi che ti arresti subito per minaccia aggravata, articolo seicentododici del Codice Penale?» Fu come se le avesse dato uno schiaffo. Gli rispose quasi con rabbia: «Si sente solo in colpa. Per quello che mi ha fatto. Hanno fatto.» Viviana iniziò a piangere. «Ma non voglio parlarne. Per favore, mio padre non sa niente, non voglio che lo venga a sapere, mi vergognerei troppo.»
Lui la scrutò. Aveva solo pochi anni meno della sua Caterina, ma sembrava ancora più giovane, con quello sguardo smarrito di chi non riesce a credere fino in fondo che le sia successa una cosa tanto brutta. Sicuramente quelle merde l’avevano violentata. Un fiotto di rabbia calda e violenta gli ribollì dentro. Se l’avessero fatto a sua figlia lui li avrebbe ammazzati. Ammazzati, sì cazzo.
«Perché non li hai denunciati?»
La ragazza scosse la testa, asciugandosi le guance.
«Metà della gente avrebbe creduto a loro e metà mi avrebbe compatito. Sarei stata marchiata a vita. In un modo o nell’altro.»
De Carolis annuì. Non aveva tutti i torti.
Che mondo di merda. Ma il punto ora era un altro. Viviana si era forse fatta giustizia da sola? Sentì un formicolio in mezzo alle scapole. Si voltò di scatto. Il vecchio Giuliano lo stava fissando, in silenzio. Nella mano destra, stesa lungo il fianco, un’accetta per spaccare la legna. Pino rabbrividì. «Buongiorno.» Il vecchio non rispose e avanzò di un passo, senza togliergli gli occhi di dosso. Forse dopotutto era meglio pensarci un po’ su e andarsene. Magari in fretta anche. «Se ti dovesse venire in mente qualcosa... Arrivederci.» Salutò e rischiando di inciampare sui propri piedi prese le distanze dal vecchio. Viviana sollevò il palmo, in saluto. Sul suo polso sinistro apparve una figura nera a cavallo di una scopa. Bel tatuaggio, Viviana. Si allontanò in direzione del paese, quasi correndo. Sentiva davvero il bisogno di qualcosa di dolce.
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Il cadavere di Franz Planchesteiner fu ritrovato la mattina seguente nel lavatoio vicino alla provinciale.
Pino ne fu informato dall’appuntato che aveva preso la telefonata sconvolta della fornaia che aveva appena trovato il corpo. Si vestì di corsa e uscì di casa, maledicendo Planchesteiner, le streghe e tutti i montanari.
Arrivò sul posto che alcuni colleghi stavano ripescando il corpo dalla vasca di acqua gelata.
Abbiamo vinto un’altra bella autopsia!
Era fondamentale capire come era morto. Annegato o buttato lì post mortem? Fece qualche domanda in giro ma nessuno aveva visto nulla. La fornaia l’aveva trovato lì mentre tornava a casa dalla notte di lavoro. Si era spaventata a morte nel veder quella sagoma nell’acqua e aveva cercato di tirargli fuori la testa, nel caso fosse ancora vivo, ma si era resa conto subito che non c’era nulla da fare. Lo conosceva? Sì, lo conoscevo, era un compagno di scuola di mia figlia. Arrivederci, grazie e tante belle cose.
Tornò in ufficio di pessimo umore.
Mannaggia a me, mannaggia al giorno che ho deciso di venire in questo buco di culo di posto.
Il rumore di un fax in arrivo lo distolse dai suoi pensieri risentiti. Lo prese e lo guardò. L’autopsia sul cadavere di Bertacco. La lesse con avidità.
“Morte sopraggiunta per traumi multipli da schiacciamento”
Grazie, una mandria di mucche gli è passata sopra.
Polmoni, viso, bla bla bla... ecco! Trauma pre mortem da corpo contundente alla nuca.




