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Tombola!
Quindi ufficialmente non è stato un incidente. Qualcuno per lasciarlo lì steso nella stalla e ridurlo a tappetino per mucche l’aveva prima colpito per bene.
Magari con un’accetta? Si alzò e uscì dall’ufficio. Doveva parlare di nuovo con i Soraperra. Ma prima una puntatina al forno non gliela toglieva nessuno. Dopotutto non aveva ancora fatto colazione.
Si assicurò di non avere briciole agli angoli della bocca e suonò il campanello dell’appartamento dietro al ristorante. Si era appena sbafato un enorme biscotto con la marmellata e si sentiva leggermente meglio.
Tramestio dall’interno e poi Giovanni Soraperra gli aprì la porta.
«Cosa vuole a quest’ora?»
«Buongiorno anche a lei. Devo parlare con sua figlia.»
Senza tanti complimenti entrò in casa e fece capire che non era il caso di mettersi a fare storie, la situazione era seria. Nel giro di dieci minuti Viviana era davanti a lui. Aveva chiesto di lasciarli soli, così Giovanni e Giuliano, che nel frattempo si era alzato, si erano relegati nella cucina, dove di sicuro stavano a orecchie tese. Lui la aggiornò rapidamente sul ritrovamento di quella mattina e del risultato dell’autopsia. La ragazza sembrava morta, tanto era pallida.
«Capisci che con quello che mi hai raccontato ieri, mi suona un po’ strano che anche Franz sia morto. No?»
Lei strinse le labbra. Si vedeva che stava cercando di darsi un’aria da dura.
«È strano sì. Ma io non c’entro niente. E poi non so cos’abbia immaginato, ma io ieri non le ho detto niente di che.»
«Ah no?»
«No.»
«Lo sai che se collabori potresti avere delle attenuanti? Dopotutto avevi i tuoi motivi. Non che questo ti consenta di andare in giro ad ammazzare la gente, ma sicuramente gioca a tuo favore.»
«Non so di cosa sta parlando.»
Il maresciallo sospirò. Non sembrava disposta a facilitargli il lavoro.
«Viviana, sono venuto qui da te per una chiacchierata diciamo... informale, per ora. Speravo mi permettessi di aiutarti. Non mi costringere a fare lo stronzo. Se mi fai procedere ufficialmente con un mandato, eccetera eccetera è solo peggio, fidati. Sei giovane, se te la giochi bene, puoi cavartela con poco.»
Lei deglutì, per un attimo la sua certezza sembrò vacillare. I suoi occhi verdì schizzarono di qua e di là, posandosi su tutto e niente.
«Io... io non so niente.»
Pino si stropicciò gli occhi con la mano e sospirando annuì. Se era questo che voleva.
Si alzò, salutò i due uomini nell’altra stanza e si avviò alla porta.
«A presto.»
La sua voce suonava stanca, stanca e amareggiata. Desiderò per un attimo poter raccontare tutto a Caterina e svuotarsi di quella schifezza. Chissà cosa avrebbe detto lei di tutta quella storia. Se la rivide davanti, nella sua uniforme da Carabiniere nuova di zecca, raggiante.
Caterì, come le condurresti tu le indagini?
Col cuore pesante si incamminò verso il paese, accompagnato dalle prime gocce di pioggia di quello che prometteva essere un temporale coi fiocchi.
La mattina dopo venne a fargli visita in ufficio Giovanni.
«Maresciallo buongiorno.»
«Buongiorno, prego si accomodi.»
«Sono venuto perché ho saputo della morte di Franz.»
«Bene.»
Il ristoratore rimase zitto per un momento e Pino gli sorrise con fare incoraggiante.
«Ecco, vorrei capire perché è venuto a parlare con mia figlia. Lei non mi dice nulla, dice che le ha fatto domande di routine, ma insomma non capisco. Perché proprio a lei? Trova il... il... Franz, ecco, e poi viene a parlare con lei.»
Incredibile, il genio ha fatto due più due. «Sua figlia è l’unica che ad oggi ha un movente per i quattro omicidi.» Vide l’uomo sbiancare. Grande e grosso com’era, sembrava un pupazzone abbandonato a bocca aperta sulla sedia. Passato l’attimo di shock, sembrò rianimarsi. «Ma cosa dice? È impossibile.» «Non mi chiede quale movente?» Sembrò boccheggiare, rosso in volto. Che sappia già? «Beh sentiamo il movente.» Giovanni fingeva un autocontrollo che palesemente non aveva. Il maresciallo si ripromise di tenere a freno la lingua. Se quell’uomo fosse stato davvero all’oscuro di tutto, avrebbe ben presto avuto delle gran brutte sorprese. «Temo che Viviana abbia subito violenza dai quattro. E temo anche che abbia fatto il possibile per vendicarsi. O semplicemente per evitare che succedesse di nuovo.» L’uomo iniziò a fare no con la testa e istintivamente indietreggiò sulla sedia. «Ma non è possibile. Gliel’ha detto lei?» «Non esplicitamente, ma quasi.»
«Ma no, erano bravi ragazzi... e poi Viviana me l’avrebbe detto. Magari ci sarà andata insieme, questo sì. Magari sono stati un po’... bruschi, non so. Ma violenza, su andiamo, ma dove siamo? Non è mica possibile. Guardi che qui non succedono certe cose.»
Man mano che l’uomo parlava, il volume della voce si alzava. Era chiaramente spaventato, attaccava per difendersi. De Carolis inarcò un sopracciglio.
«Bruschi?»
Al diavolo l’empatia, questo non si meritava niente.
«Ma non lo so io, dico per dire, ma quello che ha detto lei, non è possibile dai!»
Viviana, avevi ragione, manco tuo padre ti crederebbe, sto coglione. Fece un respiro profondo per calmarsi e si sporse in avanti, parlando in tono pacato. «Guardi che non è un’offesa a lei o a sua figlia, sto solo dicendo che purtroppo questo sembra proprio un movente valido per un omicidio e che sarebbe meglio collaborare da subito, per evitare conseguenze peggiori. Signor Soraperra, domani con tutta probabilità avrò un mandato di perquisizione per casa vostra. Cosa crede, che non troveremo nulla? Mi creda che voglio aiutare Viviana, se no non le sarei venuto a parlare e non le starei dicendo queste cose.» Il padre si piegò in avanti verso di lui, sibilando furioso. «Mia figlia non ha ammazzato nessuno, quello che dice sono sue fantasie. Ma le giuro che se avesse ucciso lei quei ragazzi, la strozzerei con le mie mani.» Sbatté il palmo aperto sulla scrivania, si alzò di scatto e uscì senza salutare.
Viviana sistemò con cura forchette e coltelli sul tavolo vicino alla porta, poi passò a quello successivo. Aveva quasi terminato di preparare la sala per il servizio del pranzo, quando il campanello attaccato alla porta del ristorante suonò come impazzito. Si girò e vide suo padre scuro in volto arrivarle addosso e afferrarla per un braccio.
«Ahi, mi fai male! Ma papà...»
Lui non lasciò la presa e la trascinò fuori dal ristorante sul retro della casa, vicino alla legnaia.
«Sei stata tu?»
«Cosa?»
«Il terrone crede che sei stata tu ad ammazzarli. Rispondi!»
Oddio.
Con la bocca secca e le mani sudate, Viviana guardò suo padre ed ebbe paura.
«No, io no.»
L’uomo alzò il braccio col palmo aperto e teso e a lei sembrò che qualcosa le si rompesse dentro. In fondo aveva sperato che almeno questa volta sarebbe stato dalla sua parte.
Lo schiaffo le fece ruotare la testa, tanto arrivò forte. Il calore esplose, incendiandole la guancia.
«Viviana, dime la verità, se no te cope. Che cazzo hai fatto?» Sembrava spaventato a morte, la guardava come aspettandosi di essere salvato da lei. Che cosa vuoi che ti dica, papà? «Cosa succede?» La voce di suo nonno. Giovanni la lasciò andare e lei riprese a respirare. «Giuliano, stanne fuori.» Viviana guardò la faccia di suo padre e per un attimo temette per il nonno. Il vecchio, serafico, si avvicinò. «Non ti permettere di alzare le mani su di lei, mi hai capito bene?» «Non è tua figlia, è mia figlia e so io cosa fare.» La ragazza trattenne il fiato. I due non erano mai andati molto d’accordo ma i litigi veri e propri erano rari. Di quello avvenuto poco dopo la morte della mamma aveva ancora gli incubi ogni tanto. «Hai ragione, mia figlia l’ho persa anni fa. Ma ti giuro Giovanni che se ti vedo un’altra volta toccare mia nipote, ti ammazzo. E ora spriza!» Giovanni si allontanò furioso. Viviana sentì le lacrime salirle agli occhi, bollenti e liberatorie. Non avrebbe saputo dire per cosa stava piangendo. Per lei, per sua mamma, perché finalmente qualcuno prendeva le sue parti, per lo schiaffo di suo padre, per tutto quell’orrore. Forse per tutte le cose insieme. Si gettò fra le braccia del nonno e le lacrime iniziarono a rigarle le guance. Sentì la sua mano calda e ruvida accarezzarle la testa. «Piciola, ades vàtene a cèsa.»
La smetterà mai di piovere in questo maledetto posto?
Pino si infilò sotto la tettoia che costeggiava il perimetro della sua casetta e aprì e chiuse l’ombrello un paio di volte per scrollare le gocce di pioggia. Voleva metterlo in casa, non si azzardava a tenerlo fuori. Era terrorizzato all’idea di trovarci dentro una vipera. Un mese fa ne aveva vista una acciambellata al sole sul muretto lì vicino e da quel momento non era più riuscito a liberarsi di quel pensiero orrendo. Un altro motivo per cui avrebbe dovuto rimanere in Puglia.
Quel pomeriggio non aveva fatto altro che girare su e giù a interrogare familiari e conoscenti delle vittime sotto una pioggia ostinata e instancabile. Ed era giugno! Giugno, cazzo! Non voleva pensare cosa doveva essere vivere lì a novembre. Si tolse l’impermeabile e andò sul retro di casa, chiavi alla mano. Non vedeva l’ora di farsi una doccia, mangiare e piazzarsi sul divano. Alzò gli occhi per aprire la porta e il cuore gli si fermò. Giuliano era seduto nella panca di legno appoggiata al muro. In mano, un fucile. Cercò di ignorare il cuore che batteva talmente forte da sentirselo nelle orecchie e si sforzò di fare un sorriso.
«Buonasera.»
Il vecchio sembrava una statua. Poteva essere scolpito nel legno per quanto era immobile.
«Buonasera. Mi invita a entrare?»
Oh, Madonna. «Non si preoccupi, voglio solo scambiare due parole.» Annuì in modo un po’ isterico e con le mani che gli tremavano leggermente aprì la porta. Lo fece accomodare nel suo piccolo salottino. A pensarci bene, era il primo ospite a entrare in quella casa. Probabilmente, il primo e ultimo. Giuliano si tolse il cappello e sedette su una delle sedie attorno al tavolo. Pino, di conseguenza, scelse il divano. Si rese conto di avere ancora in mano impermeabile e ombrello e che una piccola pozza d’acqua si stava formando ai suoi piedi. Ebbe un senso di nausea improvviso. «Mi dica pure.» Gli devo offrire qualcosa da bere? «Mia nipote non ha ammazzato nessuno.» «Ah.» «Sono stato io.» «Ah.»
Per un attimo sentì la mente vuota, come se fosse andata in cortocircuito. Poi riprese lucidità.
Oh cazzo.
«Signor Giuliano, se è così, vuole raccontarmi come sono andati i fatti?»
«Li ho ammazzati.»
«Sì, ma intendo... Come? Perché?»
«Non le basta che le dica che sono stato io?»
Il vecchio sembrava scocciato e quasi... impreparato. Sì, impreparato.
«No, mi dispiace. Devo essere certo che sia stato lei, prima di... di fare qualsiasi cosa.»
Il maresciallo lo guardò. Era alto qualcosa come venti centimetri più di lui, grosso tre volte tanto. Ah sì, e aveva un fucile da caccia in mano.
Come ho fatto a essere così idiota da accettare di entrare in casa con lui? Morirò qui, in questo posto di merda e sarà tutta colpa mia. «Io... a uno gli ho manomesso i moschettoni da arrampicata. A un altro gli ho buttato un fungo velenoso nel cesto di quelli buoni, al terzo l’ho colpito e l’ho lasciato schiacciare dalle bestie e all’ultimo l’ho affogato.» «E come mai l’ha fatto?» «Avevano fatto male a mia nipote, quei porci.» Almeno uno in famiglia che non fa finta di niente. «Capisco.» «Sa che la devo arrestare ora?» «Sì, certo.» C’era qualcosa che non tornava nell’atteggiamento dell’uomo. Sembrava quasi uno scolaretto interrogato dalla maestra, non un omicida che si vanta delle sue prodezze. «E mi scusi, perché è venuto solo ora? Perché qui a casa mia e non in caserma, se voleva costituirsi?» Il vecchio si guardò intorno e si passò una mano sulla barba ispida. «Perché... perché ho visto che lei era sulla pista sbagliata. Voleva mettere dentro Viviana e lei non c’entra niente. E questo non potevo lasciarglielo fare.»
Pino annuì. Il vecchio poteva davvero aver voluto vendicare la nipote? Per qualche motivo non se lo immaginava ad architettare tutte quelle messe in scena. Era uno che girava con accette e fucili lui.
«Mi scusi, dove l’ha colpito Bertacco?»
Silenzio.
«Bertacco...»
«Bertacco. Quello della stalla.»
«Ah. L’ho colpito... L’ho colpito alla testa!»
«Dove di preciso?»
Sembrava che sperasse di azzeccare la risposta giusta sparandola a caso.
«Nella tempia.»
Beccato! Il vecchio stava proteggendo la nipote. Rimase a fissarlo in silenzio. E mò? Che faccio? Metto in galera la ragazza rovinandole definitivamente la vita o il vecchio innocente? Aveva bisogno di tempo per pensarci. Invitò il vecchio ad accompagnarlo in caserma, dicendogli che una confessione per essere valida doveva essere messa nero su bianco. Lui si alzò e insieme uscirono di casa. Fuori, si sentì già meglio nell’aria fresca della sera. A stare chiuso in una stanza con uno armato di fucile chissà perché non si sentiva a suo agio. Fece segno al vecchio di precederlo. Certo non se lo sarebbe tenuto alle spalle. Giuliano non si mosse. «Io non ci vengo in galera, mi dispiace.» Sollevò il fucile e si puntò la canna sotto il mento, con gesti calmi e sereni. Oh, no. «Signor Giuliano, stia calmo.» «Sono calmo. Ma io in galera non ci vado.» «Parliamo francamente allora. Lei non è il colpevole. Lo so io e lo sa lei. Lei sta coprendo sua nipote. Mi creda, è ammirevole il suo gesto, ma non è così che risolverà tutto. Viviana è giovane e ha tante attenuanti. Verrà liberata in men che non si dica. Non è obbligato ad andare lei in galera o a spararsi per difendere lei.»
«Non sono obbligato, no. Ma lo faccio volentieri. Mia nipote ha fatto bene a fare quello che ha fatto.»
«Guardi, posso anche essere d’accordo, ma...»
«Ho solo lei, io.»
«Capisco, ma...»
«No, non capisce. Non ha figli lei. Io non posso vivere così, tranquillo, se lei è in galera.»
Pino deglutì amaro.
«Io... io avevo una figlia. Caterina aveva venticinque anni quando è morta. Un anno fa.»
All’improvviso si sentì come se non fosse passato un giorno da quel momento. La notizia di una sparatoria, di un collega morto in servizio. Il suo superiore che lo chiama e gli dice che Caterina non ce l’ha fatta, che è morta prima che arrivasse l’ambulanza. Era scappato tanto lontano, eppure era ancora tutto lì sepolto dentro di lui, pronto ad esplodere. Espirò a lungo e si asciugò gli occhi.
«Mi dispiace. Allora capirà. Non ho scelta. Per favore, glielo chiedo per favore. Dica che ero venuto a confessare da lei e che per il rimorso o per evitare il carcere o per il motivo che vuole lei ho preferito farla finita.»
«Aspetti, per fav...»
Lo sparo lo fece sobbalzare. Il vecchio crollò a terra come un fantoccio, la testa scoppiata come un frutto maturo.
Pino barcollò all’indietro e si appoggiò al muro di casa. Lo stomaco gli si rivoltò e si piegò in due a vomitare. Ritornò dritto e inspirando profondamente si allontanò di qualche passo. Nella stradina che saliva verso casa sua, le prime persone stavano accorrendo, richiamate dallo sparo. Pensò a Viviana e pensò a Caterina, la sua Caterina. Si guardò intorno. Le sagome scure dei monti così pacifiche e placide riuscirono a fargli riprendere un minimo di controllo.La gente era ormai a pochi passi.
«Cos’è successo? Sta bene?»
«Sì. Restate lì, non andate oltre. L’assassino di Planchesteiner e degli altri ragazzi si è sparato. È finita.»
Caterì, penso che tu avresti fatto lo stesso.
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