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La cometa era stata osservata da tutti, si può dire, dal momento in cui era divenuta accessibile agli strumenti di minore potenza. Quanto alle classi operaie, per cui le comodità sono sempre contate, i cannocchiali posti sulle pubbliche piazze erano stati assaliti da una folla impaziente fin dalla prima sera in cui la cometa si era vista; e tutte le sere gli astronomi da piazza avevano fatto incassi fantastici, senza precedenti. Del resto, anche un gran numero d'operai aveva il cannocchiale in casa, specialmente in provincia; e per la giustizia e la verità dobbiamo riconoscere che il primo, in Francia, che aveva saputo scoprir la cometa (all'infuori, naturalmente, degli osservatorî patentati) non era stato nè un uomo di mondo, nè un accademico, ma un modesto operaio, un sarto di un sobborgo di Soissons, che passava la più gran parte delle notti sotto il cielo sereno e che, colle economie faticosamente risparmiate, era riuscito a comprarsi un piccolo cannocchiale; con questo non si saziava di studiare le curiosità del cielo. Fatto degno d'attenzione, fino al ventiquattresimo secolo quasi tutti gli abitanti della Terra erano vissuti senza sapere dov'erano, senz'aver neppure la curiosità di domandarlo, come ciechi unicamente preoccupati del loro appetito: ma da circa cento anni la razza umana si era messa ad osservar l'universo e a ragionare.
Se ci si vuol render conto del cammino percorso dalla cometa nello spazio, basta esaminare con un po' d'attenzione il disegno qui pubblicato (vedi figura a pagina seguente). Esso rappresenta il piano dell'orbita della cometa e la sua intersezione con quello dell'orbita terrestre: poichè la cometa discende dall'infinito, si dirige obliquamente verso la Terra e continua il suo corso avvicinandosi al Sole, che non l'arresta e non l'attrae nel suo passaggio al perifelio.
Non si è tenuto conto della perturbazione causata dalla forza di attrazione della Terra: questa influenza avrebbe per effetto di ricondurre la cometa verso l'orbita terrestre dopo una rivoluzione intorno al Sole, e di trasformare l'orbita parabolica in ellissi.
Tutte le comete che gravitano intorno al Sole descrivono orbite analoghe, più o meno allungate, ellissi di cui l'astro radioso occupa uno dei focolari: queste sono molte.
Il disegno che si vede qui appresso dà un'idea delle loro intersezioni coll'orbita della Terra intorno al Sole e colle altre orbite planetarie. Esaminando queste intersezioni s'indovina che un incontro non avrebbe niente d'impossibile, nè di anormale.
La cometa era arrivata in vista della Terra. In una notte di luna nuova, con un cielo meravigliosamente puro, qualche occhio particolarmente acuto era arrivato a distinguerla ad occhio nudo, non lungi dallo Zenit, sul margine della Via Lattea a sud della stella omicron di Andromeda, come una pallida nebulosità, come un leggerissimo sbuffo di fumo, molto piccola, appena allungata in una direzione opposta al Sole, come una specie di coda rudimentale, formata da gaz. Ed è così che si presentava anche al telescopio, dacchè era stata scoperta. Nessuno avrebbe potuto sospettare, dal suo aspetto inoffensivo, la parte così tragica che questo nuovo astro avrebbe rappresentato nella storia dell'umanità; il solo calcolo indicava, allora, il suo avanzarsi verso la Terra. Ma l'astro misterioso avanzava rapidamente. Il giorno dipoi già la metà dei ricercatori riuscivano a scorgerla e due giorni dopo, soltanto quelli di vista corta, con binocoli insufficienti, aspettavano ancora; in meno d'una settimana tutti gli sguardi l'avevano scoperta; su tutte le pubbliche piazze, in tutti i villaggi, si vedevano gruppi di gente che cercava la cometa, o la mostrava agli altri.
Ess
Come le comete possono incontrare la Terra e gli altri pianeti.
a ingrandiva di giorno in giorno; gli strumenti cominciavano a fare scorgere un nucleo ben distinto, assai luminoso, che era oggetto di dissertazioni appassionate. Poi la coda si divise a poco a poco in raggi divergenti dal nucleo e prese insensibilmente la forma d'un ventaglio. La commozione invadeva già tutti gli animi, quando, dopo il primo quarto della luna, e durante i giorni di luna piena, sembrò che la cometa restasse stazionaria e che, anzi, il suo splendore diminuisse. Poichè si era creduto di vederla ingrandire rapidamente, si sperò che qualche errore di calcolo fosse stato commesso e si ebbe un periodo di calma e di tranquillità. Dopo la luna piena, il barometro abbassò tutto a un tratto notevolmente: il centro di depressione di una forte tempesta veniva dall'Atlantico e passava al nord delle isole Britanniche; per dodici giorni il cielo restò completamente coperto su quasi tutta l'Europa.
Il sole brillò di nuovo nell'atmosfera purificata, le nuvole si dissiparono, l'azzurro del cielo si mostrò puro e senza nebbie e quel giorno si aspettò con emozione il tramonto del sole; tanto più che molte spedizioni aeree erano riuscite a traversare gli strati delle nuvole e gli aeronauti assicuravano che la cometa si era notevolmente sviluppata. I messaggi telefonici mandati dalle montagne d'Asia e d'America annunziavano, d'altra parte, il suo arrivo imminente; ma, oh meraviglia!, quando, caduta la notte, tutti gli sguardi erano alzati al cielo per cercarvi l'astro fiammeggiante, non ebbero dinanzi una cometa, una cometa classica, come quelle che si vedono di solito: ma videro un'aurora boreale, di un nuovo genere, una specie di prodigioso ventaglio celeste, a sette rami, lanciante sette raggi verdastri, che parevano uscire da un fuoco nascosto sotto l'orizzonte.
Tutti erano certi che questa fantastica aurora boreale era la cometa, tanto più che questa non era visibile in alcun punto del cielo stellato. L'apparizione era molto diversa – è vero – dalle forme conosciute delle comete e l'aspetto raggiante del misterioso visitatore era quello che di più inaspettato fosse comparso mai al mondo; ma queste formazioni gazose sono così bizzarre, così capricciose, così svariate, che tutto è possibile. E poi non era davvero la prima volta che una cometa offriva un tale aspetto; gli annali astronomici ricordavano, fra le altre, una immensa cometa a sei code, osservata nel 1744, che era stata a quell'epoca soggetto di numerose dissertazioni. Un disegno molto pittoresco, fatto de visu dall'astronomo Chéseaux, a Losanna (fig. 1) l'aveva in altri tempi resa popolare. La cometa del 1861, colla sua coda a ventaglio, offriva un altro esempio di quel genere di visitatori celesti e si ricordava anche che il 30 giugno di quell'anno vi era stato un incontro, molto innocuo, del resto, fra la Terra e l'estremità della coda; ma quando anche non se ne fossero mai viste prima, bisognava bene arrendersi all'evidenza.
Frattanto le discussioni continuavano ed era sorta una vera gara astronomica fra le riviste scientifiche del mondo intero, i soli giornali che, come abbiamo visto, avessero conservato qualche credito nell'epidemia mercantile che da molto tempo aveva invaso l'umanità. Il punto capitale dacchè si sapeva con certezza che l'astro si avanzava direttamente verso la Terra, era la distanza a cui si trovava ogni giorno, questione corrispondente a quella della sua velocità. La giovane laureata dell'Istituto, di recente nominata Direttrice del Gabinetto dei calcoli nell'Osservatorio, non lasciava passare un giorno, senza mandare una nota al Giornale ufficiale degli Stati Uniti d'Europa.
Una relazione matematica molto semplice collega la rapidità di ogni cometa alla sua distanza dal Sole, e viceversa; conoscendo l'una si può trovar l'altra, in un momento. In sostanza, la rapidità di una cometa è semplicemente uguale alla velocità di un pianeta, moltiplicata per la radice quadrata di 2. Ora, la velocità di un pianeta, a qualunque distanza esso sia, è regolata dalla terza legge di Keplero, in virtù della quale i quadrati dei tempi delle rivoluzioni stanno fra loro come i cubi delle distanze. Si vede che non vi è nulla di più semplice.
Fig. 1. – Cometa disegnata a Losanna
dall'astronomo Chéseaux, nel 1774.
Fig. 2. – La cometa del 1811.
Fig. 3. – Testa della cometa del 1861.
Così, per esempio, alla distanza di Giove, questo magnifico pianeta gravita intorno al Sole con una rapidità di 13.000 metri al secondo. Una cometa che si trova a questa distanza, fila dunque colla velocità che abbiamo detto, moltiplicata per la radice quadrata di 2, vale a dire per il numero 1.4142. Questa velocità è, per conseguenza, di 18.380 metri al secondo.
Il pianeta Marte gira intorno al Sole con una velocità di 24.000 metri al secondo. A questa distanza la velocità della cometa è di 34.000 metri.
La velocità media della Terra sulla sua orbita è di 29.460 metri al secondo, un po' minore in giugno, un po' maggiore in dicembre. In vicinanza della Terra quella della cometa è, dunque, di 41.660 metri, indipendentemente dall'acceleramento che l'attrazione della Terra potrebbe produrle. Ecco ciò che la laureata dell'Istituto ebbe cura di ricordare al pubblico, iniziato soltanto in maniera elementare alla teoria dei movimenti celesti.
Quando l'astro minaccioso arrivò alla distanza di Marte, le paure aumentarono e non furon più paure vaghe, ma presero un carattere definito, fondato su di un apprezzamento esatto e facile di questa velocità: 34.000 metri al secondo sono 2040 chilometri al minuto, 122.400 chilometri all'ora!
Poichè la distanza dell'orbita di Marte da quella della Terra è soltanto di 76 milioni di chilometri, al calcolo di 122.400 chilometri all'ora, questa distanza sarebbe superata in seicento ventuna ora, o in ventisei giorni circa. Ma avvicinandosi al Sole, la cometa va sempre più velocemente, poichè alla distanza della Terra la sua rapidità è di 41660 metri al secondo. In ragione di quest'aumento di velocità, la distanza fra le due orbite sarebbe superata in cinquecentocinquantotto ore, o in ventitrè giorni e sei ore.
Ma non dovendo la Terra, al momento dell'incontro, trovarsi proprio nel punto d'intersezione fra la propria orbita e una linea imaginaria dal Sole alla cometa – poichè la cometa non si precipitava sul Sole – l'incontro non doveva verificarsi che circa una settimana più tardi, ossia venerdì, 13 luglio, verso mezzanotte.
Non abbiamo bisogno d'aggiungere che in una circostanza simile, tutti gli abituali preparativi della festa nazionale del 14 luglio erano stati dimenticati. Festa nazionale! Non ci si pensava neppure. Il 14 luglio non avrebbe piuttosto segnato il lutto universale degli uomini e delle cose? Erano già più di cinque secoli, del resto, che quest'anniversario d'una data famosa era – con qualche intermittenza è vero, – celebrato dai Francesi: presso gli stessi romani le commemorazioni festive dei «circenses» erano durate assai meno. Si sentiva dire da ogni parte che il 14 luglio aveva vissuto assai. Era già morto quindici volte, ma non doveva più risuscitare.
Eravamo soltanto al lunedì 9 luglio. Da cinque giorni il cielo si manteneva bellissimo e tutte le notti il ventaglio della cometa si librava nell'immensità celeste con la sua testa, e col suo nucleo, ben visibile, picchiettato di punti luminosi, che potevano rappresentare corpi solidi di molti chilometri di diametro e che, secondo qualche calcolatore, dovevano per i primi precipitarsi sopra la Terra: giacchè la coda della cometa era sempre opposta al Sole e, nel caso attuale, dietro al movimento dell'astro e sensibilmente obliqua. L'astro fiammeggiava nella costellazione dei Pesci: l'osservazione della vigilia, 8 luglio, dava come posizione precisa: ascensione destra = 23h 10m 32s; declinazione boreale = 7° 36' 4". La coda traversava tutto il quadrato di Pegaso. La cometa si alzava a 9h 49m e tutta la notte si librava nel cielo.
Durante i giorni di tranquillità di cui ora parleremo, l'opinione generale si era come ricreduta. Un astronomo, fatta una serie di calcoli retrospettivi, aveva concluso che già molte volte la Terra aveva incontrato qualche cometa, e che ogni volta l'incontro si era risolto in una inoffensiva pioggia di stelle filanti. Ma uno dei suoi colleghi aveva risposto che la cometa attuale era lungi dal potersi paragonare a uno sciame di meteore, che era gazosa, col nucleo composto di concrezioni solide: e aveva richiamato a questo proposito le osservazioni fatte su di una famosa cometa storica, quella del 1811.
Questa cometa del 1811 giustificava (fig. 2), per certi riguardi, timori non chimerici: se ne ricordarono le dimensioni. La sua lunghezza raggiungeva 180 milioni di chilometri, cioè più della distanza dalla Terra al Sole, e la sua coda, all'estremità, aveva 24 milioni di chilometri di larghezza. La sua testa misurava 1.800.000 chilometri di diametro, vale a dire cento quaranta volte il diametro della Terra; e in questa testa nebulosa ed ellittica, notevolmente regolare, si notava un nucleo, brillante come una stella, che presentava, quello solo, un diametro di 200.000 chilometri. Questo nucleo pareva densissimo. Essa fu osservata per sedici mesi e ventidue giorni. Ma quel che fu più notevole è che raggiunse il massimo sviluppo, senza avvicinarsi al Sole, perchè gli rimase distante almeno 150 milioni di chilometri; così rimase sempre più di 170 milioni di chilometri lontana dalla Terra. Se si fosse avvicinata di più al Sole, poichè la dimensione delle comete aumenta quanto più subiscono l'azione solare, il suo aspetto sarebbe stato certamente anche più meraviglioso e più spaventevole, senza dubbio, in ogni senso. E poichè la sua massa era tutt'altro che insignificante, se nel suo volo si fosse precipitata direttamente in mezzo al Sole, la velocità accelerata da 500 a 600000 metri al secondo avrebbe potuto, nel momento dell'incontro coll'astro radioso, per la sola trasformazione del movimento in calore, elevare improvvisamente la radiazione solare a un tal grado che ogni vita vegetale e animale sulla terra sarebbe forse finita in pochi giorni… .
Un fisico aveva fatto anche questa curiosa osservazione: che una cometa, eguale o superiore a quella del 1811, avrebbe potuto produrre la fine del mondo, pur non toccando la Terra, per una specie di esplosione di luce e di calore solari, simili a quelli che le stelle temporanee presentano a chi le osservi. L'urto produrrebbe, in sostanza, una quantità di calore uguale a seimila volte quello che sarebbe generato dalla combustione di una massa di carbon fossile, uguale a quella della cometa.
Si era fatto notare che se, nel suo volo, una cometa simile, invece di precipitarsi contro al Sole incontrasse il nostro pianeta, il mondo finirebbe, bruciato. Se incontrasse Giove, darebbe a questo globo un grado tale di temperatura da rendergli la luce perduta e da riportarlo per un certo tempo allo stato di sole, in modo che la Terra si troverebbe illuminata da due soli: Giove divenendo, in tal caso, una specie di piccolo Sole notturno, molto più luminoso della Luna, e splendente di luce propria… . rossa; rubino o granato del cielo, che girerebbe, in dodici anni, attorno a noi… . Sole notturno! Ciò significherebbe non aver quasi più notte, sul globo terrestre. I trattati astronomici classici erano stati consultati: si erano riletti i capitoli sulle comete di Newton, Halley, Maupertuis, Lalande, Laplace, Arago, le Memorie Scientifiche di Faye, Tisseraud, Bouquet de la Gruye, H. Poincaré e dei loro successori. L'opinione di Laplace era sempre quella che aveva colpito di più e si erano rimesse in luce le sue testuali parole: —
L'asse e il movimento di rotazione della Terra cambiati; i mari, abbandonata la loro sede antica, rovesciati a precipizio verso il nuovo equatore, una gran parte degli uomini e degli animali annegati in questo diluvio universale, o distrutti dalla scossa violenta subita dal globo terrestre; specie intiere annientate; tutti i monumenti dell'industria umana abbattuti; tali sono i disastri che l'urto di una cometa potrebbe produrre. —
La costituzione fisica dei nuclei cometarî era sopra tutto oggetto delle più dotte dispute. Si erano ricercati negli annali di astronomia i disegni meglio indicanti la varietà di questi nuclei, la loro attività luminosa, le evoluzioni delle code. Si erano ricordati, tra le altre cose, i punti luminosi osservati altre volte nel 1868, nella cometa di Brorsen, e le radiazioni movimentate, osservate nella testa così curiosa della grande cometa del 1861 (fig. 3), e si tiravano fuori le ipotesi relative a condensazioni gazose, pulvirulente, o anche solide, e a scariche elettriche prodigiose, che da un giorno all'altro trasformavano le teste chiomate di queste strane viaggiatrici.
Così correvano, dilagavano le discussioni, le ricerche retrospettive, i calcoli, le congetture.
Ma quello che in fondo non poteva non colpire gli animi, era il doppio fatto, constatato dall'osservazione, che la cometa attuale presentava un nucleo di una densità considerevole e che l'ossido di carbonio predominava incontestabilmente nella sua costituzione chimica.
Le paure, i terrori erano ritornati. Non si pensava altro che alla cometa, non si parlava che di questa.
Già alcuni spiriti ingegnosi avevano cercato mezzi pratici, più o meno realizzabili, per sottrarsi alla sua influenza. Qualche chimico pretendeva di poter metter da parte un po' dell'ossigeno atmosferico. Si escogitavano metodi per isolare questo gas dall'azoto e immagazzinarlo in immensi vasi di vetro, ermeticamente chiusi. Un farmacista, pratico di réclame, assicurava di averlo condensato in pasticche, e in quindici giorni aveva dispensato otto milioni di avvisi; i commercianti sapevano trarre partito da tutto, anche dalla morte universale. Si erano anche formate, tutto a un tratto, compagnie d'assicurazione, che s'impegnavano di chiudere ermeticamente tutte le aperture delle cantine e dei sotto suoli, e di fornire in quattro giorni e quattro notti la quantità di ossigeno puro (e profumato per di più antisetticamente) necessario al consumo di un numero determinato di polmoni. Non tutte le speranze erano perdute, specialmente per i ricchi. Si parlava anche di preparare tunnels per il popolo. Si discuteva, si tremava, ci si agitava, si fremeva, si moriva già… . ma si sperava ancora.
Infine le ultime notizie annunziavano che la cometa, essendosi sviluppata di mano in mano che si avvicinava al calore e alla elettrizzazione del Sole, al momento dell'incontro avrebbe avuto un diametro sessantacinque volte più grande di quello della Terra, cioè 828.000 chilometri.
In mezzo a questo stato di agitazione generale si aprì la seduta dell'Istituto, attesa come la suprema decisione degli oracoli.
Per la sua stessa carica, il Direttore dell'Osservatorio di Parigi fu inscritto come primo degli oratori. Ma quello che sembrava sopra tutto attirare l'attenzione pubblica era la previsione del Presidente dell'Accademia di medicina sui probabili effetti dell'ossido di carbonio. D'altra parte, anche il Presidente della Società geologica di Francia doveva prendere la parola, e lo scopo generale della seduta era di passare in rivista tutte le teorie scientifiche sulle diverse maniere per le quali il nostro mondo dovrà fatalmente finire. Ma, è evidente, la discussione dell'incontro colla cometa vi doveva tenere il primo posto.
D'altra parte, l'abbiamo visto, l'astro minaccioso era sospeso su tutte le teste: tutti lo vedevano; esso ingrandiva di giorno in giorno (fig. 4); arrivava con una velocità sempre crescente: si sapeva che era soltanto a 17.992.000 chilometri e che avrebbe percorso questa distanza in cinque giorni.
Ogni ora avvicinava di ben 149 000 chilometri la mano celeste pronta a colpire.
Fra cinque giorni l'umanità allibita avrebbe respirato tranquillamente… . o non avrebbe respirato più affatto.
Capitolo 3 La seduta dell'istituto
Facevano un tumulto, il qual s'aggira
Sempre in quell'aria senza tempo tinta,
Come la rena, quando il turbo spira.
DANTE, Inferno, III, 10.Mai, a memoria d'uomo, l'immenso emiciclo costruito alla fine del ventesimo secolo, era stato invaso da una folla così serrata; sarebbe stato materialmente impossibile aggiungervi una sola persona. L'anfiteatro, i palchi, le tribune, lo spazio centrale, gli accessi, le scalinate, i corridoi, i vani delle porte, tutto, fino ai gradini del banco presidenziale, tutto era pieno di uditori, seduti, o in piedi. Vi si notava il Presidente degli Stati-Uniti d'Europa, direttore della Repubblica francese, il Direttore della Repubblica italiana e quello della Repubblica d'Iberia, l'ambasciatrice generale delle Indie, gli ambasciatori delle Repubbliche britannica, tedesca, ungherese e moscovita, il re del Congo, il presidente del Comitato degli Amministratori, tutti i ministri, il prefetto della Borsa internazionale, il cardinale-arcivescovo di Parigi, la Direttrice generale della Telefonoscopia, il presidente del Consiglio delle aeronavi e delle strade elettriche, il Direttore dell'Ufficio internazionale della Previsione del tempo, i principali astronomi, chimici, fisiologi e medici, accorsi da diversi punti della Francia, un gran numero di Amministratori degli affari dello Stato (quelli che in altri tempi si chiamavano deputati o senatori), molti scrittori e artisti celebri, in una parola un insieme, che raramente si trova riunito, di rappresentanti della scienza, della politica, del commercio, dell'industria, della letteratura, di tutte le forme dell'attività umana. L'ufficio di Presidenza era al completo: presidente, vice presidenti, segretari perpetui, oratori iscritti; ma questi non indossavano più, come una volta, un abito verde color pappagallo, nè erano camuffati con feluca, e spade antiche; portavano il costume civile e da due secoli e mezzo le decorazioni europee erano state soppresse: quelle dell'Affrica centrale erano invece sfarzosissime.
Le scimmie domestiche, che da un mezzo secolo sostituivano ormai i servitori umani, divenuti introvabili, stavano alle porte, più per obbedienza ai regolamenti che per verificare i biglietti d'ingresso, perchè molto prima dell'ora non si era potuta frenare la folla invadente.
Il Presidente aprì la Seduta con queste parole[1].
Signore e Signori,
«Voi tutti conoscete lo scopo principale della nostra riunione. Mai, certamente, l'umanità ha traversato un periodo simile a quello che noi passiamo in questo momento: e mai, questa sala antica, del ventesimo secolo, ha riunito un simile uditorio. Il grande problema della fine del mondo è, sopra tutto da quindici giorni, l'unico oggetto della discussione e dello studio dei dotti. Queste discussioni, questi studi, vi saranno qui esposti. Io do immediatamente la parola al Signor Direttore dell'Osservatorio».
L'astronomo si alzò subito in piedi, tenendo in mano qualche appunto.
Aveva la parola facile, la voce gradevole, il viso gioviale, il gesto sobrio e lo sguardo molto dolce. La sua fronte era ampia e una magnifica capigliatura bianca gl'incorniciava il volto. Era un erudito, un letterato ed anche un uomo di scienza, e tutta la sua persona ispirava la simpatia, non meno che il rispetto. Il suo carattere evidentemente era ottimista, anche nelle circostanze più gravi. Appena ebbe detto qualche parola, le fisonomie si trasformarono e da lugubri ed alterate che erano divennero calme e rasserenate.
«Signore» incominciò – mi rivolgo a voi per le prime, supplicandovi di non tremare così per una minaccia che potrebbe anche non essere tanto terribile quanto pare. Io spero di convincervi fra breve, cogli argomenti che avrò l'onore di esporre innanzi a voi, che la cometa, di cui l'umanità intera attende il prossimo incontro, non porterà la totale rovina della creazione terrestre.
Senza dubbio possiamo, dobbiamo, anzi, aspettarci qualche catastrofe: ma quanto alla fine del mondo, veramente, tutto c'induce a pensare che non avverrà in questo modo. I mondi muoiono di vecchiaia, e non di accidente, e voi sapete meglio di me, Signore, che il mondo è ben lungi dall'esser vecchio.
«Signori, io vedo qui rappresentanti di ogni sfera sociale, dalle più elevate alle più umili.
Si spiega perfettamente che davanti a una minaccia così visibile della distruzione della vita terrestre, tutti gli affari sieno assolutamente cessati. Eppure, io personalmente vi confesso che, se la Borsa non fosse chiusa e io avessi la disgrazia di farvi degli affari, non esiterei a comprare, oggi stesso, i titoli di rendita così improvvisamente ridotti al minimo».
Non aveva finito di pronunziar questa frase che un famoso Israelita americano, principe della finanza, direttore del giornale «Il XXV Secolo» che occupava uno degli scalini più alti dell'anfiteatro, si aprì, non si sa come, un passaggio attraverso le file, si precipitò e rotolò come un bolide fino al corridoio, terminante con una piccola porta d'uscita, per la quale egli disparve.




