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Interrotto un istante da questo effetto inaspettato di una riflessione puramente scientifica, l'oratore riprese il suo discorso.
«Il nostro argomento può dividersi in tre parti:
1° La cometa incontrerà di sicuro la Terra?
In caso affermativo dovremo esaminare:
2° qual'è la sua natura e,
3° quali potranno essere gli effetti dell'urto.
Non ho bisogno di far notare all'illustre uditorio che mi ascolta, che le parole fatidiche così spesso pronunziate da qualche tempo in qua: «Fine del mondo» significano unicamente «Fine della Terra» la quale Terra è, del resto, senza discussione, il mondo che più c'interessa.
Se potessimo rispondere negativamente alla prima questione, sarebbe press'a poco superfluo occuparci delle altre due, l'interesse delle quali diverrebbe affatto secondario.
«Purtroppo, devo riconoscere che i calcoli astronomici sono questa volta, come di consueto, d'una esattezza scrupolosa. Sì, la cometa deve incontrare la Terra, e con una velocità considerevole, poichè essa ci deve venir quasi di faccia nella nostra traslazione annuale intorno al Sole.
La rapidità della Terra è di 29.460 metri al secondo; quella dell'astro cometario è di 41.660 metri nella stessa unità di tempo, più l'accelerazione dovuta all'attrazione del nostro pianeta. Dunque l'urto si produrrebbe alla velocità di 72.000 metri durante il primo secondo, se la cometa arrivasse proprio di faccia. Essa arriverà, invece, un po' obliquamente.
L'urto è inevitabile, con tutte le sue conseguenze. Ma, ve ne prego, che l'uditorio non si turbi così!… Quest'incontro di per se stesso non prova niente. Se si calcolasse, per esempio, che un treno dovesse incontrare un nuvolo di moscerini, questa predizione non preoccuperebbe molto i viaggiatori. Potrebbe esser lo stesso per l'incontro del nostro globo con quest'astro gazoso.
Vogliatemi permettere d'esaminare tranquillamente gli altri due punti.
«E prima di tutto, qual'è la natura della cometa?
«Tutti, qui, lo sanno già: è gazosa e composta, principalmente, d'ossido di carbonio. Alla temperatura dello spazio (273 gradi sotto zero) questo gas, invisibile nelle condizioni terrestri, è allo stato di nebbia, e anche di polvere solida. La cometa ne è come satura. Anche qui, io non contradirò in nulla le scoperte della scienza».
Questa confessione portò una nuova contrazione dolorosa sulla maggior parte dei visi e si udirono qua e là lunghi sospiri.
«Ma Signori – riprese l'astronomo – aspettando che uno dei nostri illustri colleghi della sezione di fisiologia o dell'Accademia di medicina, ci voglia dimostrare che la densità della cometa è sufficente per penetrare nella nostra atmosfera respirabile, io penso che il suo incontro colla Terra si ridurrà ad una bella pioggia di stelle filanti, e non eserciterà un'influenza fatale sulla vita umana. Non vi è una certezza: tuttavia questa probabilità è molto forte; si potrebbe forse scommettere un milione contro uno; tutt'al più i polmoni deboli ne sarebbero le vittime; si avrebbe una specie d'influenza, che potrebbe triplicare o quintuplicare la cifra delle morti quotidiane; una semplice epidemia!
Se, poi, come le esplorazioni telescopiche e le fotografie indicano concordi, se, poi, il nucleo contiene masse minerali, metalliche, senza dubbio, massicce, uranoliti di molti chilometri di diametri e di milioni di tonnellate di peso, non si può fare a meno di ammettere che i punti sui quali queste masse si precipiteranno con la velocità di cui ora parliamo saranno irrimediabilmente schiacciati. Ma perchè questi punti dovrebbero esser proprio abitati? I tre quarti del globo sono coperti d'acqua. Queste masse posson cadere in mare, formare, magari, nuove isole estra terrestri, portare in tutti i casi nuovi elementi alla scienza: forse i germi d'esistenze sconosciute. La geodesia, la forma e il movimento di rotazione della Terra possono risentirne qualche conseguenza. Notiamo anche che i deserti sul globo non mancano. Il pericolo esiste, certamente, ma non immenso.
Oltre queste masse e questi gas, forse anche i bolidi di cui parlavamo, potrebbero portare in sè cause d'incendio che seminerebbero un po' dappertutto sui continenti; la dinamite, la nitroglicerina, la panclastite, la roialite, l'imperialite stessa sono giuochi da ragazzi in confronto di quello che potrebbe capitarci: ad ogni modo, non sarebbe mai un cataclisma universale: qualche città ridotta in cenere non arresta la storia dell'umanità.
«Vedete, Signore e Signori, dall'esame metodico di questi tre punti, resulta che il pericolo è senza alcun dubbio grave, anche imminente, ma non così desolante, così straordinario, così assoluto come si proclama. Dirò di più. Questa curiosa circostanza astronomica, che fa battere tanti cuori e lavorare tanti cervelli, cambia appena, agli occhi del filosofo, la faccia abituale delle cose. Ognuno di noi è certo di dover morire un giorno, eppure questa certezza non gl'impedisce di vivere tranquillamente. Come mai la minaccia di una morte un po' più vicina turba tutti gli spiriti? È il dispiacere di morir tutti insieme?
Questa dovrebbe essere piuttosto una consolazione per l'egoismo umano. No. È il vedere la nostra vita abbreviata di qualche giorno per gli uni, di qualche anno per gli altri, da uno straordinario cataclisma. La vita è breve e ciascuno tiene a non vederla diminuita d'un iota: pare, anzi, da quel che si sente, che ciascuno preferirebbe veder crollare il mondo intiero e restare in vita solo, piuttosto che morire solo e sapere che gli altri sopravviveranno. È puro egoismo. Ma, signori, io persisto nel credere che vi sarà soltanto una catastrofe parziale, la quale sarà del più alto interesse scientifico e lascerà dopo di sè storici per narrarla. Vi sarà urto, incontro, catastrofe locale, ma indubbiamente nulla di più. Sarà la storia d'un terremoto, d'una eruzione vulcanica, o d'un ciclone.»
Così parlò l'illustre astronomo. La sua calma di filosofo, la finezza del suo spirito, il suo disprezzo evidente del pericolo, tutto contribuì a tranquillizzare l'uditorio, senza, forse, tuttavia, convincerlo intieramente. Non si trattava più della fine totale delle cose, ma d'una catastrofe a cui, in fondo, probabilmente si potrebbe sfuggire. Si cominciava a comunicarsi le impressioni in mille conversazioni particolari; i commercianti e gli uomini politici stessi pareva che avessero compreso esattamente gli argomenti della scienza, quando su invito della Presidenza si vide avanzare lentamente verso la tribuna il Presidente dall'Accademia di medicina. Era un uomo alto, magro, sottile, tutto d'un pezzo, dalla faccia pallida, dall'aspetto ascetico, dal cranio calvo, con favoriti grigi, rasati. La sua voce aveva qualche cosa di cavernoso e tutto il suo aspetto pareva più quello di un impiegato di pompe funebri che di un medico animato dalla speranza di guarire i suoi malati. La sua convinzione sullo stato delle cose era molto diversa da quella dell'astronomo e si potè capire dalle prime parole che pronunziò:
«Signori – egli disse – io sarò breve come l'illustre scienziato che abbiamo udito testè, sebbene abbia passato lunghe notti ad analizzare nei loro più minuziosi particolari le proprietà dell'ossido di carbonio. Vi voglio parlare proprio di questo gas, poichè è certo che esso predomina nella cometa e che l'incontro della cometa stessa con la Terra è inevitabile.
Le sue proprietà sono deleterie: perchè non confessarlo? Basta una quantità infinitesimale mescolata all'aria che respiriamo per arrestare in tre minuti il funzionamento normale dei polmoni e far cessare la vita.
Tutti sanno che l'ossido di carbonio (in chimica CO) è un gas permanente, senza odore, senza colore e senza sapore, quasi insolubile nell'acqua. La sua densità paragonata a quella dell'aria è 0,96. Brucia nell'aria, producendo anidride carbonica con una fiamma azzurra poco splendente, simile a un fuoco funebre.
L'ossido di carbonio ha una tendenza perpetua ad assorbire l'ossigeno (l'oratore accentuò queste ultime parole). Negli alti forni, per esempio, il carbone si trasforma in ossido di carbonio al contatto d'una quantità d'aria insufficente e quest'ossido riduce poi il ferro allo stato metallico, impossessandosi dell'ossigeno, al quale dapprima era combinato.
Al sole l'ossido di carbonio si combina col cloro e dà origine all'ossicloruro (cloruro di carbonio COCl2) che ha un odore sgradevole e soffocante e che assume lo stato gazoso.
Il fatto che merita ora la più grande attenzione è che questo gas è uno dei più velenosi che esistano. È molto più tossico dell'acido carbonico; fissandosi sull'emoglobina, diminuisce la capacità respiratoria del sangue, e quantità anche minime, accumulandosi nel globulo rosso, impediscono, in maniera apparentemente sproporzionata alle cause, al sangue di ossigenarsi. Così questo sangue che assorbe da 23 a 24 centimetri cubi d'ossigeno per 100 volumi, non ne assorbe che la metà in un'atmosfera che contiene meno di un millesimo d'ossido di carbonio. Un decimillesimo è già deleterio e la capacità respiratoria del sangue diminuisce sensibilmente.
Si produce, non una semplice asfissia, ma l'avvelenamento del sangue, quasi istantaneo! L'ossido di carbonio agisce direttamente sui globuli del sangue, si combina con essi e li rende incapaci di mantenere la vita: l'ematosi, la trasformazione del sangue venoso in sangue arterioso, è sospesa. Bastano tre minuti per produrre la morte. La circolazione si arresta: il sangue venoso, nero, riempie tanto le arterie quanto le vene; i vasi venosi, sopratutto quelli del cervello, si ingorgano: la sostanza cerebrale è colpita: la base della lingua, la gola, l'arteria tracheale, i bronchi divengono rossi di sangue e ben presto tutto il cadavere presenta un colore violaceo, caratteristico, proveniente da questa sospensione dell'ematosi.
«Ma – o signori – non sono queste soltanto le proprietà deleterie dell'ossido di carbonio che ci son da temere: la sola tendenza di questo gas ad assorbire l'ossigeno, basterebbe già di per sè ad apportare conseguenze funeste. Sopprimete – ma che dico? – diminuite soltanto l'ossigeno ed avrete la fine del genere umano. Tutti qui conoscono una delle innumerevoli storie che caratterizzano le epoche barbare, nelle quali gli uomini si assassinavano legalmente tra loro, sotto il pretesto della gloria e del patriottismo: è un semplice episodio di una delle guerre degl'Inglesi nelle Indie.
Permettetemi di ricordarvela.
«Centoquarantasei prigionieri erano stati chiusi in una stanza che aveva per apertura soltanto due piccole finestre che guardavano su di una galleria. Il primo effetto provato da questi disgraziati fu un sudore abbondante e continuo, seguito da una sete insopportabile e ben presto da una grande difficoltà nella respirazione.
Tentarono vari mezzi per stare meno stretti e procurarsi un po' d'aria: si spogliarono, agitarono l'aria coi cappelli e presero finalmente il partito di mettersi tutti insieme in ginocchio e di alzarsi contemporaneamente dopo qualche minuto: ma ogni volta, molti di loro, privi di forza, cadevano, e venivano calpestati dai piedi dei compagni… . Morivano asfissiati, in un'atroce agonia. Prima di mezzanotte, cioè durante la quarta ora della loro reclusione, tutti quelli che erano sempre vivi e che non avevano respirato dalle finestre un'aria meno infetta, erano caduti in uno stupore letargico, o in uno spaventoso delirio.
Quando, dopo alcune ore, la prigione fu aperta, ventitrè uomini soli ne uscirono vivi: erano in uno stato addirittura spaventoso: pareva che tornassero dalla tomba, alla quale, erano miracolosamente sfuggiti».
A questo potrei aggiungere mille altri esempi, ma sarebbe inutile giacchè nessun dubbio esiste. Io dunque, o signori, dichiaro che, da una parte la quantità più o meno grande dell'ossigeno atmosferico assorbita dall'ossido di carbonio, dall'altra le proprietà così potentemente velenose di questo stesso gas sui globuli vitali del sangue, devono dare, a mio parere, all'incontro dell'immensa massa della cometa col nostro globo (che per più ore resterà immerso in quella) dichiaro che quest'incontro fatale è di una gravità, le cui conseguenze possono assolutamente essere disastrose.
Si vedranno per le vie i disgraziati mortali cercare inutilmente un po' d'aria respirabile e cadere morti per asfissia. Io, per mia parte, non so trovare una via di scampo.
E non ho parlato della trasformazione del movimento in calore e dei resultati meccanici e chimici dell'urto. Lascio questo lato della questione alla competenza del Segretario perpetuo dell'Accademia delle scienze e del dotto Presidente della Società astronomica di Francia, che hanno fatto a questo riguardo calcoli importanti.
Per me – ripeto – l'umanità terrestre è in pericolo e vedo non una, ma due, tre, quattro cause di morte pronte a piombar su di lei; sarebbe un miracolo se vi sfuggisse, e da secoli nessuno conta più sui miracoli».
Questo discorso, pronunziato con accento di convinzione, con voce forte, calma, profonda, rigettò tutto l'uditorio nello stato da cui il discorso precedente aveva avuto la virtù di toglierlo.
La certezza del prossimo cataclisma si dipinse su tutti i visi: alcuni erano divenuti gialli, e quasi verdi; altri si erano accesi di un rosso scarlatto e pareva stessero per esser colti da apoplessia: un piccolissimo numero d'ascoltatori sembrava avesse conservato il suo sangue freddo, e un po' di scetticismo, o avesse preso il suo partito con filosofia. Un immenso mormorio correva la sala, perchè ognuno comunicava al suo vicino le proprie riflessioni, generalmente più ottimiste che sincere: a nessuno fa piacere mostrare di aver paura.
Il Presidente della Società astronomica di Francia si alzò a sua volta e si diresse alla tribuna. Le conversazioni particolari cessarono immediatamente. Ecco i passi essenziali del suo discorso: l'esordio, il mezzo e la perorazione:
«Signore e signori, dopo gli argomenti che abbiamo udito, non può restare dubbio nella mente di alcuno sulla certezza dell'incontro della cometa con la Terra e sui pericoli di quest'incontro. Dobbiamo dunque aspettarci sabato… .
– Venerdì – interruppe una voce dallo stesso Banco dell'Istituto.
– Sabato – continuò l'oratore senza interrompersi – un avvenimento straordinario, assolutamente nuovo nella storia dell'umanità.
– Dico sabato, sebbene tutti i giornali annunzino l'incontro per venerdì, giacchè l'incontro non potrà avvenire che il 14 luglio.
Noi – il nostro illustre collega ed io – abbiamo passato tutta la scorsa notte a confrontare le osservazioni d'Asia e d'America e abbiamo trovato un errore di trasmissione telefonografica».
Quest'affermazione produsse un dolce sollievo nell'animo degli uditori: fu come un debole raggio di luce in una notte buia. Un giorno di dilazione è moltissimo per un condannato a morte. Già velleità di progetti cominciavano ad agitarsi nei cervelli: la catastrofe era rimandata, era una specie di grazia. Non si pensava che questo cambiamento puramente cosmografico non aveva valore che per la data e non per il fatto dell'incontro, in se stesso. Ma anche le minime sfumature hanno una grande importanza sull'impressione del pubblico. E poi… . non era più il venerdì 13.
– Ecco, del resto – fece egli, andando alla lavagna – qual'è l'orbita definitiva della cometa calcolata in base a tutte le osservazioni. E l'oratore tracciò le cifre seguenti:
Passaggio al perielio: agosto 11, a 0h 45m 442
Longitudine del perielio: 52° 43' 25"
Distanza perielio, 0,76017
Inclinazione: 103° 18' 35"
Longitudine del nodo[2] ascendente: 112°-54' 40".
«La cometa taglierà l'eclittica nell'andata, al nodo discendente, il 13 luglio dopo mezzanotte, precisamente il 14 luglio a 0h 18m 232 del meridiano di Parigi, proprio nel momento del passaggio della Terra per lo stesso punto. L'attrazione della Terra affretterà l'incontro di soli trenta secondi.
L'avvenimento sarà indiscutibilmente straordinario, ma io non credo che debba presentare il carattere tragico che ci è stato ora dipinto e che possa proprio produrre l'avvelenamento del sangue e l'asfissia in ogni petto umano. Quest'incontro offrirà piuttosto, a parer mio, il brillante aspetto d'un fuoco d'artificio celeste, perchè l'arrivo di quelle masse solide e gazose nell'atmosfera non potrà prodursi senza che il moto, così arrestato, si trasformi in calore. Un meraviglioso incendio del firmamento sarà senza dubbio il primo fenomeno dell'incontro e parrà che milioni di stelle filanti si stacchino da uno stesso punto luminoso.
La quantità di calore non può non essere considerevole. Ogni stella filante, per piccolissima che sia, arrivando nelle altezze della nostra atmosfera con rapidità di cometa, vi diviene immediatamente tanto calda che brucia e si consuma. Voi sapete – signori – che l'atmosfera terrestre si estende molto lungi nello spazio, tutt'intorno al nostro pianeta; non è illimitata, come certe ipotesi sostengono, poichè la Terra gira su se stessa e intorno al Sole: il suo limite matematico è l'altezza, alla quale la forza centrifuga, prodotta dal movimento di rotazione diurno, diviene uguale alla gravità: quest'altezza è 6.64 se rappresentiamo con 1 il semi-diametro equatoriale del globo di 6378310 metri. Il limite massimo dell'atmosfera è dunque di 42352 chilometri.
«Io non voglio fare qui della matematica. Ma l'uditorio che mi ascolta è troppo istruito per non conoscere l'equivalente meccanico del calore. Ogni corpo arrestato nel suo movimento produce una quantità di calore che si esprime in calorie con la formula, nella quale m è la massa del corpo in chilogrammi, e v la sua velocità in metri, al secondo. Per esempio, un corpo che pesa 8338 chilogrammi e che si avanza di un metro al secondo svilupperebbe, fermandosi, appunto una caloria: vale a dire la quantità di calore sufficiente ad elevare di 1 grado la temperatura di un chilogrammo d'acqua.
Se la velocità di questo corpo fosse di 500 metri al secondo, il suo arrestarsi produrrebbe 250000 volte di più di calore, abbastanza per elevare da zero a 30 gradi la temperatura di una massa d'acqua, eguale al corpo stesso. Se questa velocità fosse di 5000 metri, il calore prodotto sarebbe 5 milioni di volte più grande.
Ora voi sapete, o signori, che l'incontro di una cometa con la Terra può raggiungere la velocità di 72000 metri. Con questo calcolo, la proporzione sale a 5 miliardi di gradi!
Questo è un massimo e, aggiungerò, un numero, per così dire, inconcepibile. Ma, o signori, prendiamo un minimo, se volete; ammettiamo che gli urti si producano non direttamente, di faccia, ma più o meno obliquamente e che la velocità media non sia che di 30000 metri.
Ogni chilogrammo di un bolide sviluppa in questo caso 107946 unità di calore quando, per la resistenza dell'aria, la velocità è stata ridotta a zero. In altri termini, esso ha sviluppato un calore capace di portare da zero a 100 gradi, vale a dire dalla temperatura del ghiaccio a quella dell'acqua bollente, un peso di 1079 chilogrammi d'acqua. Un uranolito di 2000 chilogrammi, arrivando a terra con una velocità annullata dalla resistenza dell'aria, avrebbe sviluppato calore sufficiente per portare a 3000 gradi una colonna d'aria di 30 metri quadrati di sezione, alta quanto tutta l'altezza della nostra atmosfera, o per elevare da zero a 30 gradi una colonna di 3000 metri quadrati.
Questi calcoli, che vi prego di scusare, erano necessari per mostrare che la conseguenza immediata dell'incontro sarà una enorme quantità di calore, un notevole riscaldamento dell'aria. È, d'altra parte, quello che accade in piccolo nelle cadute di bolidi isolati. L'uranolito è fuso, vetrificato in tutta la sua superfice e porta una specie di strato di vernice: ma la sua caduta si è effettuata così rapidamente che non ha avuto il tempo di riscaldarsi all'interno: se si spezza, si trova l'interno assolutamente ghiacciato. L'aria che ha attraversato si è riscaldata.
«Uno dei resultati più curiosi dell'analisi che ho l'onore di riassumere davanti a voi è che le masse solide più o meno grosse, che crediamo distinguere al telescopio, nel nucleo della cometa, proveranno una tale resistenza nel traversare la nostra atmosfera che, meno casi eccezionali, non arriveranno al suolo intere, ma sminuzzate in piccoli pezzi.
Davanti al bolide vi è aria compressa, dietro vuoto, riscaldamento esterno e incandescenza del corpo in movimento, violento rumore prodotto dal precipitare dell'aria che viene a colmare il vuoto, rumoreggiamento di tuono, esplosioni, disgregazioni, caduta dei materiali metallici, tanto densi da rimanere compatti cadendo, ed evaporazione degli altri. Un bolide di zolfo, di fosforo, di stagno o di zinco brucierebbe ed evaporerebbe molto prima di raggiungere gli strati inferiori della nostra atmosfera.
Quanto alle stelle filanti se, come pare, ve ne sarà un vero nuvolo, produranno soltanto l'effetto di un prodigioso fuoco d'artifizio alla rovescia.
«Se abbiamo dunque da temere qualche cosa, non è, ai miei occhi, l'infiltrazione nella nostra atmosfera della massa gazosa d'ossido di carbonio, qualunque essa sia, ma il notevole aumento di temperatura, immancabilmente prodotto dalla trasformazione del movimento in calore.
«In questo caso, la salvezza sarebbe forse nel rifugiarsi sull'emisfero terrestre, opposto a quello che deve ricevere in pieno l'urto della cometa.
L'aria è un cattivissimo conduttore del calore».
Si alzò, a sua volta, il Segretario perpetuo dell'Accademia. Degno successore dei Fontenelle e degli Arago, a una profonda scienza aggiungeva le qualità di uno scrittore elegante e di un oratore piacevole e raggiungeva qualche volta, grandi altezze di eloquenza.
«Alla dotta teoria che avete ascoltato – egli disse – non ho niente da aggiungere, se non l'applicazione che se ne potrebbe fare a qualche cometa già nota. Si è richiamato, in questi giorni, l'esempio della cometa del 1811. Ebbene, supponiamo che una cometa delle stesse dimensioni di quella, ci arrivi precisamente di faccia, nel nostro corso circolare intorno al Sole. Il globo terrestre penetrerebbe nella nebulosità della cometa, senza trovare, non v'è dubbio, una resistenza molto sensibile.
Ammettendo anche che questa resistenza fosse debolissima e che la densità del nucleo della cometa fosse trascurabile, il nostro globo, per traversare questa testa cometaria di 1800000 chilometri di diametro, non impiegherebbe meno di venticinquemila secondi, ossia quattrocentodiciassette minuti, o, in cifra rotonda, sette ore… . con una rapidità centoventi volte maggiore di quella di una palla di cannone, e continuando a girare su se stesso, nel suo movimento diurno. L'incontro comincerebbe circa alle sei del mattino per il nostro meridiano.
«Un simile tuffo nell'oceano cometario, sia pure etereo quest'oceano celeste, non potrebbe prodursi senza portare, come prima ed immediata conseguenza, a causa dei principî termodinamici che vi sono stati ricordati, una elevazione di temperatura tale che, verosimilmente, tutta la nostra atmosfera prenderebbe fuoco! Mi pare che in questo caso particolare, il pericolo sarebbe gravissimo.
«Ma questo sarebbe un bello spettacolo per gli abitanti di Marte, o meglio ancora per quelli di Venere. Sì, questo sarebbe uno spettacolo celeste veramente ammirevole, simile, ma più meraviglioso per chi vedesse da vicino, alle strane conflagrazioni di astri temporanei, che abbiamo già osservati nel cielo.
L'ossigeno dell'aria avrebbe buon giuoco per alimentare l'incendio. Ma vi è un altro gas, al quale i fisici non pensano spesso, per la semplicissima ragione che non lo hanno mai trovato nelle loro analisi, cioè l'idrogeno. Che n'è stato di tutte le quantità d'idrogeno emanate dal suolo terrestre, durante i milioni di anni dei tempi preistorici?
Essendo la densità di questo gas sedici volte minore di quella dell'aria, esso deve esser salito in alto e deve aver formato senza dubbio, intorno alla nostra atmosfera aerea un involucro d'idrogeno molto rarefatto. A causa della legge di diffusione dei gas, una gran parte di questo idrogeno si è certo mescolato intimamente coll'aria, ma anche gli strati rarefatti superiori ne devono contenere in grande quantità.
Là certo si accendono le stelle filanti e le aurore boreali, a più di cento chilometri d'altezza. Notiamo a questo proposito che l'ossigeno dell'aria, ricevendo l'urto della cometa carburata, basterebbe largamente ad alimentare il fuoco celeste.
«La fine del mondo accadrebbe dunque per l'incendio dell'atmosfera. Per circa sette ore, o, meglio, per un tempo più lungo, giacchè la resistenza cometaria non può essere nulla, vi sarebbe trasformazione continua del movimento in calore. Idrogeno e ossigeno brucerebbero, combinati col carbonio della cometa. La temperatura dell'aria salirebbe a molte centinaia di gradi; i boschi, i giardini, le piante, le foreste, le abitazioni umane, gli edifizi, le città e i villaggi, tutto sarebbe rapidamente distrutto; il mare, i laghi e i fiumi comincerebbero a bollire; gli uomini e gli animali, travolti da questo bruciante alito della cometa, morirebbero asfissiati prima d'esser bruciati, poichè i loro polmoni, ansimanti, non respirebbero che fuoco.




