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Quasi subito tutti i cadaveri sarebbero carbonizzati, ridotti in cenere, e nell'immenso incendio celeste, soltanto l'angelo incombustibile dell'Apocalisse potrebbe fare udire col suono lacerante della sua tromba, l'antico canto mortuario, cadente lento dal cielo come un lenzuolo funebre:
Dies irae, dies illa
Solvet saeclum in favilla!
Fig. 4. – La cometa arrivava crescendo di giorno in giorno.
Fig. 5. – (Cfr. Capitolo IV).
Ecco quel che potrebbe accadere, se una cometa come quella del 1811 incontrasse la Terra».
A queste parole il cardinale-arcivescovo si era alzato e aveva chiesto la parola. Il Segretario perpetuo se n'era accorto e, per una cortesia tutta mondana, l'aveva salutato inchinandosi leggermente e pareva aspettare la replica di Sua Eminenza.
«Io non voglio affatto – egli disse – interrompere l'illustre oratore. Ma poichè la scienza annunzia come preludio di un dramma che potrebbe segnare la fine delle cose di questo mondo l'incendio dei cieli, non posso
Fig. 6. – La Terra non sarà più che un'immensa pianura senza rilievi.
trattenermi dal notare che la credenza universale della Chiesa a questo riguardo è stata sempre precisamente quella:
«I cieli passeranno» disse S. Pietro, «gli elementi abbruciati si dissolveranno, e la Terra sarà arsa con tutto ciò che racchiude». S. Paolo annunzia la resurrezione stessa dal fuoco. E noi invochiamo sempre alla messa dei morti; Eum qui venturus est judicare vivos et mortuos et saeculum per ignem… . Sì: Solvet saeclum in favilla! Dio ridurrà l'universo in cenere.
– La scienza, replicò il Segretario a vita, si è più d'una volta trovata d'accordo colla profezia dei nostri avi. L'incendio divorerebbe da principio le regioni terrestri colpite dalla cometa. Tutta la parte della Terra urtata dalla immensa massa cometaria sarebbe bruciata, prima che gli abitanti dell'altro emisfero si fossero resi conto del cataclisma. Ma l'aria è un cattivo conduttore del calore e questo non si propagherebbe immediatamente al punto opposto.
«Se proprio la nostra parte fosse voltata verso la cometa nei primi minuti dell'incontro, sarebbero il tropico del Cancro, gli abitanti del Marocco, dell'Algeria, di Tunisi, dell'Italia, della Grecia, dell'Egitto, a trovarsi nelle prime file della battaglia celeste, mentre i cittadini dell'Australia, della Nuova Caledonia, delle isole dell'Oceania e i nostri antipodi sarebbero i più favoriti. Ma la fornace europea attirerebbe tanta aria che un vento di tempesta, più violento di quanti se ne sieno mai formati negli uragani più spaventosi, e anche più formidabile della corrente di 400 kilometri all'ora, che regna costantemente all'equatore di Giove, comincerebbe a soffiare dagli antipodi verso l'Europa, travolgendo tutto al suo passaggio. La Terra, girando, su se stessa, porterebbe successivamente nell'asse dell'urto i paesi situati a ovest del meridiano colpito per il primo. Un'ora dopo l'Austria e la Germania sarebbe la volta della Francia; poi l'Oceano Atlantico, poi l'America del Nord, che non si troverebbe nello stesso asse, (essendo un po' obliqua per il cammino della cometa verso il suo perielio), altro che cinque o sei ore dopo la Francia, vale a dire verso la fine del passaggio della cometa.
«Nonostante la velocità inaudita di questa e della Terra, la pressione cometaria non sarebbe certamente enorme, per l'estrema rarefazione della sostanza attraversata dalla Terra; ma questa sostanza, contenendo sopra tutto del carbonio, è combustibile: e, nel colmo dei loro ardori perielici, spesso questi astri aggiungono una luce propria a quella che ricevono dal Sole: le comete divengono incandescenti. Che sarebbe mai nell'urto contro la Terra! L'incendiarsi delle stelle filanti, la fusione superficiale degli uranoliti che cadrebbero bruciando sulla superficie terrestre, tutto c'induce a credere che il più intenso calore sarebbe il primo e più grave effetto dell'incontro; ciò che, evidentemente, non impedirebbe agli elementi solidi formanti il nucleo della cometa di schiacciare i punti colpiti dal loro passaggio e, forse, di disgregare tutto un continente.
«Il globo terrestre si troverebbe interamente avvolto dalla massa cometaria, per sette ore circa; la Terra si aggirerebbe in mezzo a questo gas incandescente, il vento soffierebbe con violenza sull'incendio, il mare comincerebbe a bollire empiendo l'atmosfera di nuovi vapori, una pioggia calda cadrebbe dalle cateratte celesti, la tempesta incomberebbe su tutto, le scariche elettriche lancerebbero fulmini da ogni parte, i muggiti del tuono si unirebbero agli urli dell'uragano, l'antica luce dei bei giorni darebbe luogo al chiarore lugubre e scialbo dell'atmosfera e tutto il globo non tarderebbe ad essere invaso dal fragore del funebre rintocco e il cataclisma diverrebbe universale, benchè la morte di coloro che abitano agli antipodi dovesse essere indubbiamente diversa da quella dei primi colpiti. Invece di essere immediatamente distrutti dal fuoco celeste, morirebbero soffocati dai vapori o, per l'eccesso dell'azoto – giacchè l'ossigeno sarebbe in breve diminuito – o per l'avvelenamento proveniente dall'ossido di carbonio; l'incendio non avrebbe dopo che da incenerire i loro cadaveri, mentre gli Europei e gli Africani sarebbero stati bruciati vivi.
Io ho preso, come esempio, la cometa storica del 1811: ma mi affretto ad aggiungere, concludendo, che la cometa attuale parrebbe incomparabilmente meno densa. E voi avete potuto vedere che ho trattato il problema in modo molto disinteressato, persuaso che, se saremo vittime di un urto, non ne moriremo.
«Si è ben sicuri, gridò da una loggia una voce nota (era quella di un membro illustre dell'Accademia dei chirurghi), si è ben sicuri che la cometa sia essenzialmente composta di ossido di carbonio? Le osservazioni spettroscopiche non vi hanno riscontrato anche raggi di azoto? Se vi fosse del protossido di azoto, il resultato della mescolanza dell'atmosfera cometaria con la nostra, potrebbe essere l'anestesia degli abitanti della Terra. Tutto il mondo si addormenterebbe, forse per non più risvegliarsi, se la sospensione delle funzioni vitali durasse soltanto un po' più a lungo che nelle nostre operazioni chirurgiche. Lo stesso accadrebbe, se la cometa fosse composta di cloroformio o di etere. Questa sarebbe una fine assai calma.
«Meno calma sarebbe, se la cometa assorbisse l'azoto invece dell'ossigeno, perchè questa estrazione graduale o totale dell'azoto produrrebbe, entro poche ore, in tutti gli abitanti della Terra, uomini, donne, fanciulli, vecchi, un cambiamento d'umore, che non avrebbe nulla di sgradevole: da principio una deliziosa serenità, poi una gaiezza contagiosa, poi una gioia generale, una espansione rumorosa, una esaltazione febbrile, infine il delirio, la follia, e, secondo ogni probabilità, una danza fantastica, che finirebbe con la morte nervosa di tutti gli esseri, nell'apoteosi di una sarabanda insensata e di una sovreccitazione inaudita di tutti i sensi. Tutto il mondo scoppierebbe da ridere… . Sarebbe una fine tragica?…
– La discussione rimane aperta, replicò il Segretario perpetuo: – ciò che ho detto riguardo alle possibili conseguenze d'incendî, prodotti dall'incontro, si può applicare ad un urto diretto della Terra con una cometa simile a quella del 1811: ora, quella che oggi ci minaccia è meno colossale, ed il suo urto non sarà diretto, ma obliquo. Come gli astronomi che mi hanno preceduto, io crederei piuttosto, nel caso attuale, ad un semplice fuoco d'artifizio.
Aggiungerò che potrebbero prodursi fenomeni chimici molto inattesi. Così, per esempio, nessuno qui ignora che l'acqua e il fuoco si rassomigliano: dire idrogeno che brucia perchè è combinato coll'ossigeno, o dire idrogeno combinato coll'ossigeno è molto simile.
L'acqua dei mari, dei laghi, dei fiumi è formata da due volumi d'idrogeno combinati con uno di ossigeno. All'origine del nostro pianeta, quest'acqua era fuoco.
Essa potrebbe tornare al suo antico stato, se, per certi fenomeni di elettrolisi, i ferri magnetici di un nucleo cometario venissero a decomporla disgregandone le molecole d'idrogeno e facendole bruciare: tutti i mari potrebbero prender fuoco assai presto… . –
Mentre l'oratore parlava ancora, una giovane dell'amministrazione centrale dei telefoni era entrata da una porta bassa, condotta da una scimmia addomesticata, e si era precipitata come un lampo al posto del Presidente, per consegnargli direttamente una grande busta internazionale quadrata. Questa fu aperta immediatamente. Conteneva un dispaccio inviato dall'Osservatorio del Gaorisankar, con queste sole parole:
«Abitanti di Marte inviano messaggio fotofonico. Sarà decifrato fra qualche ora».
– Signori – disse il Presidente – io vedo molti uditori consultare l'orologio e penso con loro che ci è materialmente impossibile esaurire in questa seduta l'ordine del giorno di quest'importante discussione, alla quale devono ancora prendere parte rappresentanti eminenti della geologia, della storia naturale e della geonomia[3].
Inoltre, il dispaccio del quale sono per darvi lettura introdurrà senza dubbio un nuovo elemento nel problema. Le sei si avvicinano. Io propongo una seduta complementare per questa stessa sera alle nove. È probabile che allora avremo ricevuto dall'Asia la traduzione del messaggio di Marte. Prego, d'altra parte, il Signor Direttore dell'Osservatorio a volersi tenere in comunicazione telefonoscopica permanente col Gaorisankar. Nel caso che il messaggio non fosse stato decifrato alle nove, il Signor Presidente della Società geologica di Francia potrebbe aprir la seduta coll'esposizione dello studio che egli ha terminato proprio ora su: «la fine naturale del mondo terrestre». Ognuno s'interessa appassionatamente, in questo momento, a tutto ciò che si riferisce a questa questione capitale, sia che la fine del nostro mondo debba veramente dipendere dalla minaccia misteriosa, sospesa ora sulle nostre teste, sia che debba prodursi per altre cause da calcolarsi.
Capitolo 4 Come il mondo finirà
(cfr. fig. 5)
«L'ora della fine verrà, non vi è dubbio su questo: eppure la maggior parte degli uomini non vi crede… .»
MAOMETTO, il Corano, XI-61.La folla immobile alle porte dell'Istituto s'era fatta indietro, per lasciar libera l'uscita a coloro che erano intervenuti alla seduta, e ognuno si dava da fare per conoscerne il resultato. Questo resultato, del resto, era già trapelato, non si sa come, dopo il discorso del Direttore dell'Osservatorio di Parigi, e circolava la voce che l'incontro della cometa con la Terra non sarebbe stato probabilmente così fatale, come si era annunziato. Inoltre, in tutta Parigi erano stati attaccati immensi manifesti, annunzianti la riapertura della Borsa di Cicago. Era un incoraggiamento imprevisto alla ripresa degli affari pubblici e alle attività della vita normale. Ecco quel che era successo.
Dopo esser precipitato come una palla dall'alto al basso dell'emiciclo, il principe della finanza, la cui brusca uscita dall'assemblea ha forse colpito il lettore di queste pagine, si era precipitato in aerocab al suo gabinetto del boulevard Saint-Cloud e aveva telefonato al suo socio di Cicago, spiegandogli che all'istituto di Francia erano stati presentati nuovi calcoli, secondo i quali l'avvenimento cometario non avrebbe avuto la gravità annunciata, che la ripresa degli affari era imminente, che bisognava ad ogni costo riaprire la Borsa centrale americana e comprare tutti i titoli che si presentassero, qualunque essi fossero. Quando a Parigi sono le quattro di sera, a Cicago sono le dieci di mattina. Il finanziere era a colazione, quando ricevette il fonogramma di suo cugino. Non durò fatica a preparare la riapertura della Borsa e a comprare molte centinaia di milioni di titoli. La notizia della riapertura della Borsa di Cicago era stata immediatamente affissa in Parigi, dove era tardi per fare lo stesso colpo, ma dove si potevano preparare nuove combinazioni finanziare per l'indomani. Il pubblico aveva creduto con piacere a un ritorno personale e spontaneo degli Americani agli affari e, associando questo ritorno colla buona impressione ricevuta all'assemblea accademica, si era lasciato riprendere dalla speranza.
Tuttavia, la seduta delle nove non fu meno affollata di quella delle tre: e senza un servizio speciale delle guardie di Francia, sarebbe stato impossibile anche agli uditori privilegiati di arrivare fino alle porte del palazzo. Era scesa la notte: la cometa troneggiava fiammeggiante, più splendente, più ampia, più minacciosa del solito e se forse la metà del genere umano pareva più o meno tranquillizzata, l'altra metà, e non la meno interessante, rimaneva agitata, nervosa, fremente.
L'uditorio era evidentemente quello di prima, poichè ognuno teneva a conoscer subito i resultati di questa discussione pubblica generale, fatta dai dotti di maggiore autorità, più insigni, sulla sorte riserbata al nostro pianeta dagli accidenti celesti, o dall'attesa tranquilla di una morte naturale. Tuttavia vi fu notata l'assenza del cardinale arcivescovo di Parigi, che, chiamato improvvisamente a Roma dal papa per un concilio ecumenico, partiva la sera stessa col tubo Parigi-Roma-Palermo-Tunisi.
«Signori – disse il Presidente – non abbiamo finora ricevuta la traduzione del dispaccio di Marte, segnalato dall'Osservatorio del Gaorisankar, ma possiamo aprir subito la seduta, per ascoltare le importanti comunicazioni annunziate dal Presidente della Società geologica e dal Segretario generale dell'Accademia metereologica. Do dunque la parola al primo».
L'oratore era già alla tribuna. Egli si espresse nei seguenti termini, stenografati fedelmente da una giovane geologa della nuova scuola.
«L'affluenza così straordinaria della folla che si accalca in questa sala, l'emozione che vedo dipinta su tutti i visi, l'impazienza colla quale aspettate le discussioni che qui devono ancora agitarsi, tutto mi spingerebbe, o signori, ad astenermi dall'esporre davanti a voi l'opinione alla quale i miei studi mi hanno condotto, su ciò che riguarda il problema che si agita sulla superfice intera del nostro globo, e a lasciar la parola a spiriti più immaginosi, o più audaci del mio.
Perchè, a mio parere, la fine del mondo non è vicina e l'umanità, invece di vederla in questa settimana, l'aspetterà senza dubbio ancora… . molti milioni di anni… . sì, o signori, ho detto molti milioni e non molte migliaia.
«Voi mi vedete perfettamente tranquillo, in questo momento, e io non ho affatto la virtù di Archimede, che, mentre tracciava sereno le sue figure geometriche sulla sabbia, fu sgozzato dal soldato romano dell'assedio di Siracusa.
Archimede aveva nozione del pericolo e lo dimenticava: io non credo al pericolo.
Voi non sarete dunque sorpresi nell'udirmi esporre davanti a voi colla più grande tranquillità la teoria della fine naturale del nostro mondo a causa del lentissimo livellamento dei continenti e della graduale sommersione delle terre sotto le acque invadenti. Ma forse farò meglio a rimettere questa dissertazione alla prossima settimana… . poichè non dubito neppure per un momento che tutti – o quasi tutti – potremo ancora esser qui a trattare delle grandi epoche della natura».
Qui l'oratore tacque un istante.
Il Presidente si era alzato: «Caro ed illustre collega, – egli disse – noi siamo tutti qui per ascoltarvi. Per fortuna il panico di questi ultimi giorni è in parte calmato e si spera che il 14 luglio prossimo passerà come i giorni precedenti. Tuttavia, più che mai c'interessiamo a tutto ciò che riguarda il grande problema e nessuna parola può essere ascoltata più volentieri di quella dell'illustre autore del classico Trattato di geologia.
– Ebbene, signori, – riprese il Presidente della Società geologica di Francia – ecco come il mondo morirà di morte naturale, se nulla verrà a sviare l'attuale corso delle cose, ciò che è probabile, visto che gli accidenti sono rari, nell'ordine del cosmo. La natura non fa dei salti bruschi: i geologi non credono più alle rivoluzioni improvvise, agli sconvolgimenti del globo, perchè hanno appreso che tutto procede gradualmente, con una lenta evoluzione; in geologia, le cause attuali sono permanenti.
«È drammatico immaginare il nostro globo travolto in una catastrofe universale: lo è meno certamente il vedere la sola azione delle forze che attualmente agiscono minacciare il nostro pianeta d'una distruzione certa. I nostri continenti non sembrano di una stabilità indefinita? Come si potrebbe sognare di mettere in dubbio la durata eterna di questa terra su cui sono vissute tante generazioni prima della nostra, di cui i più antichi monumenti dimostrano che se noi li vediamo oggi allo stato di rovine, non è perchè il suolo abbia rifiutato di sostenerli, ma perchè hanno dovuto subire le ingiurie del tempo e specialmente quelle dell'uomo? Tempus edax, homo edacior!
Per quanto lungi nel tempo risalgano le nostre tradizioni, ci rappresentano i fiumi che scorrono nel medesimo letto di oggi, le montagne che si elevano alla medesima altezza: se qualche sbocco si chiude, se qualche rivolgimento avviene, l'importanza di tali avvenimenti è così piccola, rispetto alla massa enorme dei continenti, da non dare il pronostico di una distruzione finale.
«Così può ragionare chi volge al mondo esterno uno sguardo superficiale e indifferente. Ma molto diversa è la conclusione di un osservatore abituato a scrutare, con occhio attento, le modificazioni che avvengono intorno a lui, siano pure insignificanti. Ad ogni passo, per poco ch'egli sappia vedere, coglierà le tracce di una lotta incessante, ingaggiata dalle potenze esterne della natura contro tutto ciò che sorpassa questo inflessibile livello del mare, al di sotto del quale regnano il silenzio e il riposo. La pioggia, il gelo, la neve, il vento, le sorgenti, i ruscelli, i fiumi, tutti gli agenti meteorici concorrono a modificare perpetuamente la superficie del globo. Le valli sono scavate dai corsi d'acqua e colmate poi dai terreni d'alluvione; tutto cambia incessantemente. Qui il mare batte furiosamente sulle rive e le fa indietreggiare di secolo in secolo, là parti di montagne crollano, inghiottendo in qualche minuto molti villaggi e seminando la desolazione tra le più ridenti vallate: le valanghe e i torrenti disgregano le montagne; contro coni vulcanici si accaniscono le piogge tropicali, scavandovi burroni profondi, le cui pareti sprofondano, e restano delle rovine al posto di quei giganti; le Alpi e i Pirenei sono già ridotti alla metà della loro altezza primitiva.
Più silenziosa, ma non meno efficace, è l'azione di quei grandi fiumi come il Gange e il Mississipi, le cui acque sono tanto cariche di particelle sospese. Ogni grano di sabbia che intorbida la limpidezza di quelle acque è un frammento strappato alla terra ferma. Lentamente, ma certamente, i flutti portano alla gran riserva del mare tutto quello che ha perduto la superficie del suolo, e i residui che si depositano nei delta non sono nulla in confronto ai depositi che riceve il mare, per dispensarli nei suoi abissi. Come potrebbe il filosofo testimone di tale opera demolitrice, sapendo che questa prosegue nei secoli, sottrarsi all'idea che in realtà i fiumi, come le onde dell'oceano, portano permanentemente il lutto della terra ferma?
La geologia conferma in ogni punto questa conclusione. Essa ci mostra, su tutta la distesa dei continenti la superfice del suolo continuamente attaccata, sia dalle variazioni della temperatura, sia dall'alternarsi della siccità e dell'umidità, del gelo e del disgelo, sia anche dall'azione incessante dei vermi o dei vegetali: donde un processo di disgregazione, che finisce per consumare anche le rocce più compatte. I detriti rotolano da principio per i pendii e nel letto dei torrenti, dove si consumano e si trasformano a poco a poco in ghiaia, sabbia e melma, poi nei fiumi, che conservano ancora, almeno durante le piene, una forza sufficente per trasportarli alla foce. È facile prevedere il resultato ultimo di una tale azione.
La legge di gravità, sempre presente, è soddisfatta soltanto quando i materiali soggetti al suo impero hanno conquistato la posizione più stabile: ciò che accadrà il giorno nel quale questi materiali non potranno più discendere. Bisogna dunque che sia soppressa ogni pendenza fino all'oceano, riserva comune dove ha fine ogni potenza di trasporto, e che le particelle ammucchiate sui continenti sieno disseminate sul fondo del mare. In conclusione, il resultato dell'azione demolitrice di cui parlavamo, è il completo livellamento della terra ferma o, per dir meglio, la distruzione di ogni rilievo dei continenti.
Il resultato dell'erosione prodotta dalle acque correnti dev'essere di far sorgere, sulla linea di confine d'un paese, delle creste acute dalle quali si deve scendere a pianure assolutamente piatte, su cui in ultima analisi non potrebbe restare nessun rilievo superiore a una cinquantina di metri.
Ma in nessun luogo le creste acute che secondo questo concetto sussisterebbero per la separazione dei bacini potrebbero assolutamente durare a lungo; perchè il peso, l'azione del vento, quella delle infiltrazioni e delle variazioni di temperatura basterebbero a provocare la frana.
Così è giustificato il dire che il resultato cui deve fatalmente far capo l'erosione continentale è il completo appianamento della terra ferma, portata a un livello press'a poco uguale a quello dei corsi d'acqua, sulla foce».
Il coadiutore dell'arcivescovo di Parigi che occupava il posto di S. Eminenza sulla tribuna degli alti funzionari, si alzò ed interruppe l'oratore:
«In ciò si avvereranno alla lettera le parole della Scrittura: Ogni valle sarà colmata: ogni montagna ed ogni collina sarà spianata».
La Bibbia ha predetto tutto, – riprese il geologo – l'acqua ed il fuoco, il freddo ed il caldo, e gl'intelletti geniali possono trovarvi tutto ciò che desiderano. Quello di cui possiamo esser certi è che, mantenendosi immutate le reciproche condizioni della terra ferma e dell'oceano, il rilievo dei continenti è fatalmente destinato a scomparire.
Quanto tempo ci vorrà?
La terra ferma, se si potessero stendere in modo uniforme tutte le montagne, si presenterebbe come un altipiano, dominante tutto il mare da scogliere di circa 700 metri di altezza.
«Ammettendo che la superficie totale dei continenti sia di 145 milioni di chilometri quadrati, ne resulterà che il volume della massa continentale emersa può essere calcolata di 145.000.000 × 0,7 oppure di 101.500.000, cioè, in cifra tonda, di cento milioni di chilometri cubi. Questa è la riserva, certamente rispettabile, ma non illimitata, contro la quale si esercita l'azione delle potenze demolitrici.
«Si può considerare che i fiumi tutti insieme portino ogni anno al mare 23.000 chilometri cubi d'acqua (in altre parole 23.000 volte un miliardo di metri cubi). Tale quantità, per la proporzione stabilita di 38 parti su 100.000 darebbe un volume di materie solide, uguale a 10 chilometri cubi e 43. Questa cifra sta a quella del volume totale dei continenti come 1 a 9.730.000: se la terra ferma fosse un altipiano uniforme di 700 metri di altezza, perderebbe, per questa sola via, una fetta di circa sette centesimi di millimetro all'anno, cioè un millimetro ogni quattordici anni, o, diciamo, sette millimetri ogni secolo.
«Ecco, Signori, una cifra positiva, che esprime il valore attuale dell'erosione continentale. Applicandola all'insieme dei continenti, si trova che questa erosione, di per sè sola, distruggerebbe in meno di dieci milioni di anni la massa intera delle terre emerse.
«Ma la pioggia ed i corsi d'acqua non sono soli a quest'opera demolitrice sul globo; altri fattori contribuiscono alla progressiva distruzione della terra ferma: e il primo è l'erosione marina.
«È difficile scegliere un esempio più tipico di erosione di quello delle coste britanniche, esposte all'assalto, dei flutti dell'atlantico, che sono spinti dai venti dominanti del sud ovest, la violenza dei quali non è smorzata da alcun ostacolo. Ora, il ritirarsi medio delle coste inglesi, complessivamente, è certo inferiore a tre metri ogni secolo. Estendiamo questo calcolo a tutte le rive del mare e vediamo che cosa ne risulterà.
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